Politica
29 Agosto 2025
L'architetto Vittorio Anselmi: "Per una città che resti viva servono soluzioni concrete, non modelli ideologici"

Ferrara oltre i dogmi dell’urbanistica

di Redazione | 3 min

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di Vittorio Anselmi*

Molto sommessamente mi inserisco nel dibattito tra Professori di Urbanistica che si è aperto sulla stampa in questi giorni, perché, pur essendo un umile manovale dell’architettura, vorrei provare a riportare il tema su un piano più “umano”, senza inerpicarmi sugli irti colli della cultura urbanistica di Romeo Farinella. Al quale è evidente interessa di più la contrapposizione tra la propria visione dell’urbanistica tutta ideologica e politica (mi perdonerà questa estrema e brutale sintesi) rispetto a quella che lui definisce “liberista”. Contrapposizione che in effetti non esiste: dal dopoguerra ad oggi le città si sono sviluppate seguendo politiche, programmazioni e “piani” tutt’altro che “liberisti”, anzi. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti. E d’altra parte in tutte le scuole di architettura e di urbanistica, si insegna solo “quella cultura lì”. Modelli diversi non trovano spazio alcuno.

Non dico quindi che abbia ragione il Prof. Tagliaventi, ma nemmeno le ricette del Prof. Farinella mi sembrano ineccepibili e convincenti. E non mi riferisco solo alla questione Darsena e degli spazi per fare concerti (per inciso nemmeno io condivido la scelta del Parco Urbano per fare mega concerti).

Riproporre ancora una volta il mantra della soluzione dell’allontanamento delle automobili dal centro delle città mi sembra ormai sfiancante: Ferrara come quasi tutte le normali città europee, non è Amsterdam come non è New Delhi. Non credo esistano “modelli” cui ci si debba ispirare, posto che le città sono ormai tutte diverse tra loro: forse i loro centri storici sono più simili. Perché nati secondo una logica aggregativa e di sviluppo tutt’altro che “pianificata”, anzi secondo logiche totalmente “antropiche”; le periferie e le espansioni moderne sono tutt’altro, e ciò vale anche per Ferrara: all’esterno dei centri storici italiani, dal novecento in poi l’urbanistica si è invece sbizzarrita.

E se non esistono modelli perfetti, non esistono soluzioni univoche e replicabili tout court. Il parcheggio per le biciclette alla stazione a Ferrara c’è, anche se non interrato. Le piste ciclabili ci sono e talvolta abbondano. I parcheggi fortunatamente non mancano, anche a due passi dal centro. E, devo ammetterlo, mi sembra sbagliata e ideologica l’apodittica affermazione del Prof. Farinella, secondo il quale “l’Amministrazione Fabbri ha fatto la scelta della priorità assoluta al traffico automobilistico ovunque”. Non è così.

Occorre poi ricordare che le auto non girano quasi mai a “vanvera”, ma “portano le persone”, spesso persone che le usano anche per lavoro. E le persone nella città ci vivono, ci lavorano, vanno a godere dei tanti servizi che la città propone. E se vogliamo che la città viva, dobbiamo fare in modo che le persone possano accedere più o meno liberamente alla città. Altrimenti la città del Prof. Farinella muore. Perché senza attività, senza lavoro, senza scambi, senza vitalità esiste solo il deserto. E queste attività non sempre, anzi quasi mai, riescono a trovare soluzioni nella cosiddetta “mobilità pubblica”, da contrapporre a quella “privata”: il problema è che quella pubblica è soprattutto vecchia, funziona male e non è adeguata, poiché si sviluppa e vive spesso sovrapponendosi sullo stesso livello dell’altra: l’unico modello che funziona bene è la metropolitana, perché viaggia su un livello diverso, separato e parallelo, senza interferire. Ma a Ferrara non si può fare.

In conclusione, mi sembra che tutti siamo in grado di individuare i problemi, ma nessuno ha le soluzioni in tasca. Nemmeno i Professori di Urbanistica.

*Architetto

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