Comacchio
10 Luglio 2025
Un incidente, un coma lungo diciassette anni e un amore mai spento. La storia di Giada e Livia

“Cresciuta senza mamma, ma col suo amore dentro”

di Davide Soattin | 4 min

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Comacchio. Stava uscendo per ultimare i preparativi della festa di compleanno della figlia, che di lì a due giorni avrebbe compiuto tre anni, quando l’automobile su cui stava viaggiando andò fuori strada alle porte di Comacchio e lei fu sbalzata dall’abitacolo. Gravemente ferita, con la mandibola fratturata, riuscì comunque ad alzarsi per tentare di chiedere aiuto. Ma venne travolta dal veicolo che – finendo in un canale – la schiacciò. Da quel giorno, era il 28 febbraio 2008, dopo un periodo di ricovero a Ferrara, Livia Kadar, che all’epoca dei fatti aveva 29 anni, è stata trasportata in una clinica privata in Ungheria, dove era nata, vivendo per diciassette lunghi anni in coma, accudita dall’amore mamma e dalla sorella che non hanno mai perso la speranza. Lo hanno fatto fino allo scorso 29 giugno, quando se n’è andata per sempre.

A parlare di lei, oggi che non c’è più, è Giada Pescara, la figlia 20enne. Di quel tragico giorno ricorda poco e niente, e quello che sa glielo ha raccontato il papà che l’ha cresciuta. “So che mi aveva appena lasciato all’asilo a Volania e che sarebbe dovuta andare al panificio per prenotare i panini per la mia festa di compleanno, quando improvvisamente era rimasta coinvolta in un incidente. Mi hanno detto che era riuscita a uscire dal veicolo con la mandibola fratturata e che aveva chiesto aiuto, ma che nessuno si era fermato, forse dandole poco peso. Era andata così dalla parte del passeggero per prendere il cellulare e chiedere aiuto, quando l’auto, rimasta in bilico sull’argine, la travolse e lei finì in acqua, schiacciata dal veicolo. Ci rimase per quindici minuti senza che l’ossigeno le arrivasse al cervello, entrando così in coma vegetativo”.

“Mi hanno sempre parlato di lei – dice – come di una donna instancabile. Amata e apprezzata da tutti. Da mio papà, che aveva sposato nel 2003, e da tutta la comunità, che l’aveva accolta quando era arrivata dall’Ungheria per cercare di scappare dalla povertà che in quegli anni c’era tra la popolazione. E oggi che non c’è più, che non è più qui con noi, sento davvero molto forte il bisogno di onorare lei e il ricordo di lei, di far conoscere la sua storia e il suo coraggio silenzioso. Nonostante fossi solo una bambina, quando avvenne l’incidente, in questi anni ho sempre portato mia mamma con me. Nel mio cuore“.

A Giada, quella materna, è una figura che le è mancata: “Per me sono stati diciassette lunghi anni. Molto duri. Più che altro perché penso che quello che è successo, le è accaduto quando aveva 29 anni. Quando ancora aveva tanto da dare, aveva una vita davanti. Aveva i propri sogni da inseguire. È difficile accettare tutto questo. Lo è soprattutto accettare di crescere senza mamma. Mio padre nel frattempo ha trovato una compagna, ma l’affetto di una madre nessuno te lo da come te lo darebbe lei. Avevo amiche che potevano contare sulla buonanotte delle loro madri. Io quello purtroppo non l’ho avuto“.

Da tempo, Giada non andava più a trovare la Livia nella clinica privata ungherese in cui era ricoverata. O almeno, quando ci andava, restava fuori dalla stanza. “Ricordo che quando era ricoverata al Sant’Anna, andai a trovarla. Lo stesso feci quando la trasferirono in Ungheria. Ma ero piccola. Quando sono cresciuta non l’ho più fatto. Non riuscivo a entrare nella stanza in cui lei era ferma a letto. Vedevo che mia nonna e mia zia lo facevano, le parlavano tutti i giorni pur sapendo di non ottenere una risposta. Per me invece era diventato impossibile. A me non sembrava più di avere a che fare con la mia mamma“.

Tanti, purtroppo, i rimpianti. “Quello che più mi dispiace è non poter avere la possibilità di farle vedere come sono cresciuta. Di farmi vedere adulta. Oppure di averla al fianco, in futuro, il giorno del matrimonio. Il non poter avere un futuro con lei. Se oggi fosse qui con me, le chiederei di andare insieme al mare per parlare. Solamente quello vorrei fare. Parlare di tutto. Chiederle un sacco di cose che non ho mai potuto sapere. Quali erano le sue passioni, quali erano i suoi primi amori. E a mia volta le racconterei tutte quelle cose che in questi anni avrei voluto raccontarle ma che, purtroppo, non sono riuscita a dirle“.

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