Cronaca
12 Giugno 2025
Oggi le repliche della Procura che chiede la conferma della condanna a 4 anni e 6 mesi inflitta in primo grado. Le difese contestano "la scarsa attendibilità e credibilità" delle dichiarazioni della vittima

Prete condannato per abusi. Si avvicina la sentenza d’appello

di Davide Soattin | 3 min

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È arrivato alle battute finali per il processo di secondo grado a don Giuseppe Rugolo, il sacerdote arrestato ad aprile 2021 a Ferrara e condannato in primo grado – lo scorso febbraio – a 4 anni e 6 mesi di carcere dal tribunale di Enna con la pesante accusa di violenza sessuale aggravata nei confronti di un giovane ragazzo siciliano, attualmente 30enne, che – all’epoca dei fatti era ancora minorenne – denunciò tutto, facendo partire le indagini della polizia di Stato.

Dopo la requisitoria del procuratore generale e le arringhe degli avvocati difensori, questa mattina (giovedì 12 giugno) – davanti alla Corte d’Appello del tribunale di Caltanissetta – toccherà alle repliche della Procura – che ha chiesto la conferma della condanna – e delle parti civili, oltre che dei responsabili civili.

Durante le precedenti udienze, gli avvocati di don Giuseppe Rugolo – il legale ferrarese Denis Lovison e il collega Antonio Lizio – avevano contestato la “scarsa attendibilità e credibilità” delle affermazioni della giovane vittima, che aveva raccontato le presunte violenze subite dal sacerdote tra il 2009 e il maggio 2011, dando il via all’inchiesta della Squadra Mobile di Enna che – dietro il coordinamento della Procura – fece scattare le manette nei confronti del sacerdote.

Il giovane denunciò di atti libidine e molestie sessuali che sarebbero accaduti in parrocchia, a scuola, in sagrestia, nel grest estivo, approfittando dei dubbi della vittima circa l’incertezza di avere una vocazione religiosa attraverso una “subdola condotta di persuasione“, come scriveva il gip nell’ordinanza.

Ma su questo punto, l’avvocato Lovison ha sottolineato la “mancanza di riscontri“, definendo le dichiarazioni “a tratti contraddittorie e assurde, oltre che non riscontrate da circostanze esterne e documentazioni che lo sconfessano“. A tal proposito, il collega Antonino Lizio – secondo quanto riporta il quotidiano locale Sant’Anna Today – ha contestato l’attribuzione a Rugolo dell’invio di immagini oscene e blasfeme in chat WhatsApp frequentate anche da minori.

Secondo la difesa, non sarebbe stato il sacerdote a condividere quei contenuti, bensi altri soggetti, non identificati con chiarezza nella sentenza di primo grado.

Nel processo di primo grado, oltre al giovane dalla cui denuncia è partita l’inchiesta, si erano costituiti parte civile anche i suoi genitori, la Rete l’Abuso e l’associazione Contro Tutte le Violenze. Dopo la denuncia del giovane, nelle indagini, erano emersi altri presunti abusi a danno di altri giovani, che non si erano costituiti parte civile. Per queste accuse Rugolo è stato assolto perché il fatto non costituisce reato. Come pene accessorie i giudici siciliani avevano poi ordinato l’interdizione di Rugolo per cinque anni dai pubblici uffici e perpetua dall’insegnamento, oltre al risarcimento dei danni, da decidersi in separata sede civile, in solido con la Diocesi di Piazza Armerina, nei confronti delle parti civili.

La sentenza di secondo grado è attesa per il 17 giugno.

 

 

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