Referendum giustizia, Lino Aldrovandi: “Voterò No pensando a Federico”
Nel suo intervento su Facebook, Lino Aldrovandi collega il referendum del 22-23 marzo alla vicenda del figlio e invita a riflettere sull’indipendenza della magistratura
Nel suo intervento su Facebook, Lino Aldrovandi collega il referendum del 22-23 marzo alla vicenda del figlio e invita a riflettere sull’indipendenza della magistratura
Anche questa settimana sono diversi gli appuntamenti per comprendere le ragioni del NO al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo promosse dal Comitato provinciale per il No Società Civile
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Si è svolto domenica 8 marzo, a palazzo della Racchetta, il congresso provinciale di Gioventù Nazionale Ferrara, i primi in tutta Italia di questa stagione congressuale
“Il nuovo decreto sicurezza dice di voler proteggere i cittadini, ma rimborsa le spese legali a chi li ha uccisi”. Inizia così Fabio Anselmo un post nel quale critica aspramente la nuova normativa voluta dal governo Meloni.
L’avvocato dice anche di essere consapevole che si tratta di “una frase dura, ma riassume bene il concetto contenuto nel decreto: l’articolo 22 prevede fino a 10.000 euro per ogni fase del processo penale agli agenti coinvolti in procedimenti giudiziari”. Questo anche “se condannati. Anche per reati colposi. Anche se hanno causato danni accertati”.
Se ciò fosse stato “in vigore in passato, avrebbe avuto effetti clamorosi”. “Se il caso Aldrovandi fosse accaduto oggi – precisa -, i poliziotti condannati per la sua morte avrebbero potuto accedere a rimborsi statali per le spese legali, anche con sentenza definitiva, anche dopo una condanna per danno erariale”.
“Per le famiglie delle vittime – lamenta invece Anselmo – il nulla più assoluto. Chi ha perso un figlio continua a dover pagare tutto da solo: processi, consulenze, perizie, anni di udienze”.
Ci sarebbe dunque “uno squilibrio evidente: chi fa parte dell’apparato viene protetto, chi cerca giustizia viene lasciato solo, a barcamenarsi tra i debiti fatti per poter vedere giustizia per la propria perdita”.
“Non è – afferma – una norma per la sicurezza, è una misura di parte. Un segnale preciso: chi sbaglia, se porta una divisa, ha comunque lo Stato dalla sua parte”.
“Uno Stato di diritto – conclude Anselmo – non può funzionare così. Se davvero si vuole tutelare la sicurezza, si parta dal rispetto per le vittime, non dal sollievo di chi ha commesso un abuso”.
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