Attualità
10 Aprile 2025
Riflessioni della psicoanalista ferrarese Chiara Baratelli sulla serie Netflix che tratta della criminalità giovanile

Adolescence e l’imprevedibilità che abita ognuno di noi

di Redazione | 4 min

Leggi anche

Furti di marmitte a Cona: “Parcheggi presi di mira, serve più vigilanza”

I continui furti nei parcheggi dell’ospedale di Cona finiscono al centro di una presa di posizione formale del sindacato Fials, che ha inviato una nota alla Direzione Generale dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ferrara e al sindaco della città per denunciare il ripetersi di furti di catalizzatori ai danni di dipendenti e cittadini

di Chiara Baratelli*

Già il fatto che una serie faccia discutere così tanto significa che un obiettivo l’ha comunque raggiunto. Non scriverò se mi è piaciuta o meno, né se è bella o brutta, perché è un piano per me per nulla interessante.

La tecnica utilizzata è impressionante e forse solo per questo andrebbe guardata: un’ora di ripresa per ogni puntata senza nessun taglio, il cosiddetto piano sequenza, io non avevo mai visto nulla del genere. Anche le parti lente non sono percepite come tali, perché si è dentro la scena, completamente immersi sempre, con il fiato sospeso.

All’interno tanti temi, molte suggestioni. Di sicuro per uno sguardo clinico alcune inesattezze, ma non mi aspetto da una serie che esaurisca il tema sui reati compiuti da minori e nemmeno quello sul rapporto genitori/figli, né tantomeno sull’adolescenza.

Adolescence andrebbe mostrata nelle scuole e discussa insieme ad uno psicoanalista (figura che manca purtroppo nelle scuole e non solo in quel luogo).

Suddivisione della serie in quattro puntate di un’ora ciascuna efficace: la prima sul reato, poi sulla scuola, l’incontro con la psicologa e infine l’ultima sulla famiglia.

Alcune mie letture.

Il ragazzino chiede di essere affiancato dal padre, e non dalla madre. Perché proprio dal padre e non dalla madre? Il passaggio all’atto evidenzia una carenza del Simbolico, che è ciò che tiene insieme di solito il soggetto.

La richiesta quindi che sia il padre ad affiancarlo è un appello, un appello al padre, un appello appunto al simbolico, simbolico che non c’è stato e la cui mancanza si evidenzia nel passaggio all’atto criminale.
Significativo il passaggio in cui il padre ammette a sé’ stesso di “aver perso di vista il figlio”.

Gli adulti sono presentati come inetti, incapaci di una reale vicinanza affettiva coi ragazzi, non conoscono i codici del linguaggio adolescenziale, non li capiscono e non riescono a trovare un canale di comunicazione.
Banale il ridurre la loro difficoltà ai sensi di colpa creati da tale mancanza di contatto. Sappiamo bene, noi analisti, che la colpa in psicoanalisi non è un concetto interessante, mentre lo è molto di più quello di responsabilità.

Sembra sia costruita più dal punto di vista dell’adulto che degli adolescenti. Rispetto a questo punto è un po’ un’occasione mancata.
La descrizione che viene fatta di quest’ultimi non corrisponde alla realtà. Gli adolescenti non sono tutti così vuoti e così disconnessi, così privi di conoscenza gli uni verso gli altri come mostrato. Sono molto creativi e ricchi di capacità e di valori. E anche il titolo “adolescenza” lo trovo ingiusto, proprio perche questa delicata fase non andrebbe di per sé associata ad atti criminali. O per lo meno non solo.
Interessante come il controllo esercitato a partire dalla scuola mostri bene intanto la sua totale inefficacia e come ciò comporti una difficoltà di conoscenza dei ragazzini.
Il controllo è nemico della conoscenza all’interno di una relazione, sempre.

L’incontro con la psicologa.

Occorrerebbe sapere che quella mostrata è una CTU, cioè una psicologa designata dal tribunale, lì per fare una valutazione sul ragazzo. Quindi non ha nulla a che vedere con una figura di cura.
E’ eccessivamente manipolativa nei confronti del ragazzino e mostrata come troppo debole dal punto di vista emotivo (non ci sta che si metta a piangere ad esempio).

Trovo forzata la virata sul tema del maschilismo a cui lo vuole condurre a tutti i costi la psicologa. E’ una lettura riduttiva rispetto al gesto compiuto.

Non è verosimile che il ragazzino abbia una presa di coscienza sul suo senso di responsabilità rispetto al crimine commesso dopo gli incontri con la psicologa, proprio perché sono incontri valutativi e senza un reale spazio di elaborazione dell’accaduto.

Verosimile invece il tentativo della famiglia di negare l’orrore di ciò che si ritrovano a vivere, ricordando i momenti felici e semplici vissuti con il figlio nel passato.

La domanda finale posta dal padre alla madre, in cui si chiede come hanno fatto ad avere una figlia così “perfetta” (la sorella di Jamie) e la risposta della madre “esattamente come abbiamo Jamie”, mostra bene come ciò che conta, al di là della famiglia d’origine, è la costruzione soggettiva che ognuno fa di ciò che riceve dal contesto. La scelta di mostrare una famiglia comune, con un funzionamento per così dire “normale”, cioè senza abusi, violenze, dipendenze dice qualcosa dell’unicità del soggetto che sceglie inconsciamente cosa e come costruirsi.

C’è il tema del bullismo in cui chi è vittima diventa il carnefice, a sottolineare infatti che bullo e vittima condividono la stessa posizione soggettiva di fragilità al di là di ciò che viene spesso descritto dal senso comune, che invece compatisce la vittima e se la prende solo con il carnefice.

Interessante ci sia l’esigenza di trovare sempre un colpevole rispetto all’atto violento del ragazzino: nella scuola, nella famiglia, nei social. Ciò che emerge dalla serie e ciò che angoscia in realtà è proprio il far i conti con l’ingovernabilità e l’imprevedibilità dei comportamenti che abitano ognuno di noi.

*psicoanalista

Grazie per aver letto questo articolo...

Da 20 anni Estense.com offre una informazione indipendente ai suoi lettori e non ha mai accettato fondi pubblici per non pesare nemmeno un centesimo sulle spalle della collettività. Il lavoro che svolgiamo ha un costo economico non indifferente e la pubblicità dei privati non sempre è sufficiente.
Per questo chiediamo a chi quotidianamente ci legge e, speriamo, ci apprezza di darci un piccolo contributo in base alle proprie possibilità. Anche un piccolo sostegno, moltiplicato per le decine di migliaia di ferraresi che ci leggono ogni giorno, può diventare fondamentale.

 

OPPURE se preferisci non usare PayPal ma un normale bonifico bancario (anche periodico) puoi intestarlo a:

Scoop Media Edit
IBAN: IT06D0538713004000000035119 (Banca BPER)
Causale: Donazione per Estense.com