Ancora bambino Leonardo Manzi aveva dovuto abbandonare Fiume, la città in cui era nato, insieme alla sua famiglia, una delle tante che fugge cercando riparo nella madrepatria, per aver salva la vita e poter rivendicare la propria “italianità”. E sarà proprio questo grande ideale che anni dopo, giovane studente, lo sosterrà a manifestare e lottare perchè a Trieste, la città che lo ha accolto, non sia riservata la stessa sorte, perchè non debba subire quegli stravolgimenti degli assetti nazionali, politici, culturali, economici, a cui erano state condannate intere comunità da una ideologia perversa. Perderà la vita, proprio per mano di quelle forze vincitrici che, assecondando disegni geopolitici che giocano sulla pelle dei popoli, non avevano esitato a sacrificare le comunità italiane che vivevano da sempre in Istria e in Dalmazia, costringendole a lasciare, senza alcuna speranza di ritorno, la loro terra, la loro casa, ogni loro bene.
Ben l’80% dei Fiumani si era visto costretto a partire dopo l’ingresso in città delle truppe titine, che avevano dato immediatamente la stura ad ogni sorta di abusi, prevaricazioni, intimidazioni, mentre, con l’accusa generica di fascismo e di essere nemici del popolo, si viene facilmente rastrellati dall’Ozna, la famigerata polizia segreta. Arresti indiscriminati che non risparmiano nessuno, nemmeno i sacerdoti, vittime questi ultimi di una brutale persecuzione religiosa, mentre le sparizioni, i massacri e l’orrore delle Foibe si fanno ogni giorno più reali.
Parallelamente il regime comincia a dettare le premesse per quello che diventerà ben presto un tragico, forzato esodo di massa. Un intero popolo con le sue articolazioni sociali, le sue tradizioni, i suoi affetti, viene cacciato da quella terra che era sua fin dai tempi della romanizzazione. Lo attende la desolazione dello sradicamento, il trauma dell’abbandono, la nostalgia di tutto quello di cui si è stati privati. E poi, l’incertezza del futuro, la povertà, la misera accoglienza nei campi profughi. Il prezzo troppo pesante di una integrazione irta di ostacoli, in un’Italia appena uscita dalla guerra che vuole rimuovere il passato, e che spesso preferisce ignorare o minimizzare la dimensione di una simile tragedia.
A cui si aggiunge la feroce propaganda di un Partito Comunista, ideologicamente ostile, che fomenta gli animi dei propri sostenitori, fino a indurli a compiere gesti di inaudita violenza nel respingere connazionali inermi. Non avendo compreso che quegli “Italiani” hanno sì perduto la terra natale, ma hanno conservato, insieme ad una grande dignità, una altrettanto forte “identità”, una sorta di corazza che permetterà loro di affrontare tutte le amarezze del percorso lungo e tortuoso del sentirsi stranieri in Patria. Sarà il tempo a mitigare pian piano lo struggimento di un distacco tanto doloroso, ma “resterà sempre la cicatrice al posto della ferita”.
Fiorenza Bignozzi