“Contro Tassi prove inesistenti“. È il fulcro dell’arringa difensiva dell’avvocato Giulio Garuti, insieme al collega Paolo Loberti, legale di Giuseppe Tassi, ex amministratore unico della Tassi Group, finito alla sbarra con l’accusa di frode in pubbliche forniture nel processo per le presunte difformità strutturali dello stadio Paolo Mazza, riscontrate durante il cantiere per i lavori di ampliamento dell’impianto sportivo cittadino fino a 16mila posti, avviato a seguito della permanenza della Spal in Serie A nel campionato di calcio 2018-2019.
Dopo le richieste (quattro condanne e un’assoluzione) avanzate dalla pm Barbara Cavallo nella scorsa udienza, ieri (lunedì 2 dicembre) mattina, davanti al giudice Marco Peraro, è toccato alle difese degli imputati parlare, chiedendo assoluzioni per i loro assistiti.
Secondo Garuti, legale di Tassi, per cui sono stati chiesti la condanna a un anno e otto mesi e 2mila euro di multa, quella portata avanti dalla Procura di Ferrara è “un’impostazione non adeguata“. “La tesi dell’accusa parla di un accordo criminoso col progettista e gli imprenditori che hanno partecipato alla costruzione della Gradinata Nord e della Curva Est” spiega, ma “parliamo di una tesi che è molto sofisticata” in cui – prosegue l’avvocato durante la propria arringa difensiva – “si annida un errore che è molto grossolano“.
Il legale entra nello specifico e sottolinea: “Sin dalle indagini preliminari, la Procura ha invertito quella che è la corretta dimostrazione investigativa. Le problematiche tecniche dovevano dimostrare che esisteva un comportamento criminoso grave, ma da una trentina di non conformità segnalate dall’ingegner Carlo Pellegrino, consulente del pm, ne sono rimaste due, confermate dal perito Bernardino Chiaia. A mio avviso, l’accusa di frode in pubbliche forniture avrebbe necessitato di prove più solide che un semplice accertamento tecnico irripetibile”.
Garuti aggiunge: “Penso a risparmi nella spesa, in materiali non conformi, a situazioni celate alla committenza. Occorre dimostrare l’esistenza dell’accordo criminoso. Non è sufficiente dimostrare che il direttore dei lavori ha tollerato alcune situazioni. Dovremmo trovare mail, telefonate, testimoni che possano andare a corroborare l’ipotesi accusatoria. Tassi invece non ha risparmiato sui lavori e sui materiali. Anzi, ha speso oltre un milione di euro rispetto a quelli preventivati, affidandosi a professionisti seri e capaci“.
“L’appalto ha seguito dall’inizio alla fine le logiche privatistiche e tutti quelli che hanno agito nel cantiere erano convinti di operare in un contesto privatistico. L’accusa, quindi, si basa su situazioni marginali che riguardano gestioni normali di un cantiere e non certo una frode” conclude, soffermandosi sul concetto di pubbliche forniture, dopo che nella precedente udienza, la pm Cavallo aveva concentrato parte della propria requisitoria sull’utilità pubblica dello stadio che rimane di proprietà comunale e, quindi, di proprietà – e utilità – pubblica.
A tal proposito, Nicola Elmo, legale difensore di Domenico Di Puorto, amministratore delegato Piemme Group, in maniera provocatoria domanda: “Abbiamo uno stadio di cartapesta, di marzapane o con manchevolezze evidenti? Qui abbiamo aziende serissime e specializzate – afferma – e troviamo solamente manchevolezze insignificanti e irrilevanti“. Anche per l’avvocato di Di Puorto, per cui sono stati chiesti un anno e otto mesi e 2mila euro di multa, “in questo processo non si è vista nemmeno lontanamente una forma di dolo”.
“Se il dolo fosse rappresentato dalla fretta, allora ritengo serenamente che ogni cantiere in Italia debba essere una truffa. In assenza di dolo si ricorre quindi al sospetto e al teorema” aggiunge Elmo, contestando quanto affermato in precedenza dalla pm, secondo cui ciò che aveva mosso gli imputati nel portare avanti condotte ritenute illecite fosse stata la necessità di realizzare i lavori a tempo di record per poter consentire alla Spal di avere lo stadio pronto per la stagione calcistica.
Quella dei lavori di ammodernamento allo stadio Paolo Mazza è una “vicenda che ha effetti surreali” dice Gianpaolo Verna, avvocato di Adelino Sebastianutti, legale rappresentante della Gielle, per cui la Procura ha chiesto una pena di tre anni e 2mila euro, mentre l’avvocato Alberto Bova, legale difensore del progettista e direttore dei lavori Lorenzo Travagli (chiesti due anni e 2mila euro di multa) insiste sull’esistenza di una “prova provata dalle perizie che le opere contestate sono state tutte eseguite perfettamente. Ci sono stati solamente problemi di manutenzione ordinaria – ricorda – eseguiti nei tempi e nei modi previsti e per cui sono stati spesi 12mila euro per poter sistemare le prescrizioni previste dal consulente del pm Carlo Pellegrino”.
“Siamo sereni” è infine il commento che rilascia Vincenzo Bellitti, avvocato di Fabrizio Chiogna, collaudatore accusato di falso commesso da pubblico ufficiale in atto pubblico. Per lui, la Procura ha chiesto l’assoluzione. “Tra il 27 luglio e l’11 settembre 2019, il mio assistito ha fatto quattordici sopralluoghi – evidenzia Bellitti – per verificare la conformità dell’opera, operando diligentemente. Speravo che la bontà del suo operato venisse fuori prima, durante le indagini. Così però non è stato. Confidiamo che tutto ciò venga ora certificato con l’assoluzione con formula piena dopo sette anni che, vi assicuro, da Chiogna non sono stati vissuti bene”.
Si torna in aula lunedì 9 dicembre per la lettura della sentenza.
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