“No, non l’ho mai minacciata per farla prostituire“. Secondo l’accusa, in concorso con sua moglie di 29 anni, avrebbe ospitato a casa sua una connazionale, oggi 26enne, costringendola con violenza e minacce a prostituirsi per guadagnarsi da vivere e ripagarli della loro accoglienza. Ma ieri (giovedì 17 ottobre) in tribunale a Ferrara, dov’è finito alla sbarra per favoreggiamento e sfruttamento aggravato della prostituzione, lui – un cittadino di nazionalità nigeriana di 44 anni – ha negato tutto, professandosi innocente.
“Gli unici soldi che le avevo chiesto erano quelli per l’affitto” ha detto in aula, rispondendo alle domande del collegio giudicante e del pm Ciro Alberto Savino, dicendosi estraneo – a precisa domanda – a ogni tipo di sodalizio dedito allo sfruttamento della prostituzione.
Secondo il castello accusatorio, i fatti risalgono al periodo compreso tra l’agosto 2016 e il febbraio 2017, quando la presunta vittima, che a quel tempo aveva 19 anni, aveva deciso di attraversare il mar Mediterraneo dopo aver lasciato la Nigeria, imbarcandosi in uno dei tanti viaggi della speranza, tra violenze di ogni tipo, abusi sessuali e riti vodoo, costato alla sua famiglia un indebitamento di circa 26mila euro che lei avrebbe ripagato svolgendo l’attività di sarta in Italia.
Una volta arrivata, però, la realtà fu ben diversa dalle aspettative iniziali. Ospitata da questa coppia di nigeriani in un’abitazione al Barco, dove dice di essere giunta dopo un periodo trascorso in un’altra città italiana, la giovane sarebbe stata – secondo la Procura – sfruttata al fine di ottenere in maniera sistematica il provento della sua attività con i clienti, fornendole sia vitto che alloggio, oltre che protezione e vigilanza sui luoghi della prostituzione contro eventuali aggressioni da parte di malintenzionati o controlli delle forze dell’ordine.
Lo avrebbe fatto fuori Ferrara, a Borgo Panigale, in provincia di Bologna, costretta a vendere il proprio corpo su ordine dell’odierna imputata, come lei stessa aveva raccontato durante la sua testimonianza nella precedente udienza del processo. “I due erano i proprietari della casa in cui abitavo insieme a loro” aveva esordito. “Non ho deciso da sola di lavorare sulla strada. Fu lei (l’imputata, ndr) a dirmi – aveva spiegato – che sarei dovuta andare a prostituirmi per ripagare il debito che avevo in Nigeria e all’inizio, la prima volta, mi aveva accompagnato lei per farmi vedere quello che dovevo fare. Poi ho iniziato ad andare e a tornare da sola, prendendo prima il treno e poi il bus. E i soldi che guadagnavo li consegnavo a lei“.
La vicenda proseguì fino al febbraio 2017 quando, una sera come tante altre, la ragazza riuscì a venire a contatto con l’unità di strada del Centro Donna Giustizia che riuscì a salvarla da quell’inferno, poi denunciato agli uomini della polizia di Stato negli uffici della Questura, non senza qualche paura e preoccupazione delle ripercussioni per quel debito che, senza più i proventi in parte provenienti dalla sua prostituzione, i suoi genitori non sarebbero riusciti a estinguere.
La prossima udienza è stata fissata il 28 ottobre per la discussione.
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