Cronaca
22 Marzo 2024
Una 26enne di nazionalità nigeriana racconta quello che sarebbe stata obbligata a subire dopo aver affrontato uno dei tanti viaggi della speranza per arrivare in Italia: "Mi dissero che sarei dovuta andare a prostituirmi per ripagare il debito"

La ospitarono per farla prostituire. “Mi obbligarono a lavorare sulla strada”

di Davide Soattin | 3 min

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L’avrebbero ospitata nella loro casa, costringendola con violenza e minacce a prostituirsi per guadagnarsi da vivere e ripagarli della loro accoglienza. È l’accusa di cui ora devono rispondere marito e moglie, entrambi di nazionalità nigeriana, finiti a processo per i reati di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, aggravati e in concorso, ai danni di una loro connazionale, oggi 26enne.

Ieri (giovedì 21 marzo) in tribunale a Ferrara, davanti al collegio presieduto dalla giudice Piera Tassoni con a latere i giudici Carlotta Franceschetti e Marco Peraro, sentita come testimone in aula, la vittima ha riconosciuto e guardato negli occhi quelli che sarebbero stati per mesi i suoi ‘carnefici’, ripercorrendo quanto fu costretta a subire una volta arrivata a Ferrara con non poche difficoltà, a volte faticando a ricordare oppure contraddicendosi rispetto a ciò che aveva inizialmente denunciato agli inquirenti.

Secondo il castello accusatorio, i fatti risalgono al periodo compreso tra l’agosto 2016 e il febbraio 2017, quando la presunta vittima, che a quel tempo aveva 19 anni, aveva deciso di attraversare il mar Mediterraneo dopo aver lasciato la Nigeria, imbarcandosi in uno dei tanti viaggi della speranza, tra violenze di ogni tipo, abusi sessuali e riti vodoo, costato alla sua famiglia un indebitamento di circa 26mila euro che lei avrebbe ripagato svolgendo l’attività di sarta in Italia.

Una volta arrivata, però, la realtà fu ben diversa dalle aspettative iniziali. Ospitata da questa coppia di nigeriani in un’abitazione al Barco, dove dice di essere giunta dopo un periodo trascorso in un’altra città italiana, la giovane sarebbe stata – secondo la Procura – sfruttata al fine di ottenere in maniera sistematica il provento della sua attività con i clienti, fornendole sia vitto che alloggio, oltre che protezione e vigilanza sui luoghi della prostituzione contro eventuali aggressioni da parte di malintenzionati o controlli delle forze dell’ordine.

Lo avrebbe fatto fuori Ferrara, a Borgo Panigale, in provincia di Bologna, costretta a vendere il proprio corpo su ordine dell’odierna imputata, come lei stessa ha raccontato durante la sua testimonianza. “I due erano i proprietari della casa in cui abitavo insieme a loro” ha esordito. “Non ho deciso da sola di lavorare sulla strada. Fu lei (l’imputata, ndr) a dirmi – ha spiegato – che sarei dovuta andare a prostituirmi per ripagare il debito che avevo in Nigeria e all’inizio, la prima volta, mi aveva accompagnato lei per farmi vedere quello che dovevo fare. Poi ho iniziato ad andare e a tornare da sola, prendendo prima il treno e poi il bus. E i soldi che guadagnavo li consegnavo a lei“.

La vicenda proseguì fino al febbraio 2017 quando, una sera come tante altre, la ragazza riuscì a venire a contatto con l’unità di strada del Centro Donna Giustizia che riuscì a salvarla da quell’inferno, poi denunciato agli uomini della polizia di Stato negli uffici della Questura, non senza qualche paura e preoccupazione delle ripercussioni per quel debito che, senza più i proventi in parte provenienti dalla sua prostituzione, i suoi genitori non sarebbero riusciti a ripagare.

La prossima udienza è fissata per il 17 ottobre.

 

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