Cronaca
16 Marzo 2024
I fatti risalgono al 24 settembre 2020 quando la vittima, operaio addetto alla segnaletica orizzontale, dipendente della Cims di Castel Guelfo di Bologna, fu investito da un'auto sulla carreggiata mentre stava segnalando la presenza di un cantiere

Stradino morì mentre lavorava sulla Super. Tre a processo

di Davide Soattin | 3 min

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Tre persone sono finite a processo per la morte di Augustine Aigbovo, il 43enne originario del Gambia, travolto e schiacciato tra due veicoli mentre stava lavorando lungo la Superstrada, all’altezza del chilometro 6, tra le uscite di Cona e via Ravenna, in direzione di Ferrara Sud.

I fatti risalgono al 24 settembre 2020 quando la vittima, operaio addetto alla segnaletica orizzontale, dipendente della Cims di Castel Guelfo di Bologna, stava lavorando sulla carreggiata per segnalare la presenza di un cantiere.

Improvvisamente però era sopraggiunta una Fiat Panda che aveva tamponato il furgone usato per allertare gli automobilisti dei lavori in corso, che si trovava fermo lungo la corsia di marcia ordinaria. Il 43enne si trovava purtroppo lì vicino ed è stato travolto, morendo sul colpo.

Nello schianto rimase ferito, ma non in pericolo di vita, il conducente dell’automobile, all’epoca dei fatti 39enne, che per quanto accaduto ha patteggiato.

A giudizio oggi, con l’accusa di cooperazione in omicidio colposo, c’è il 58enne Gabriele Pezzi, direttore tecnico della Cims, azienda bolognese che operava per conto della Sud Segnal-Traffic System Srl, società pugliese che aveva preso i lavori in appalto da Anas e di cui fanno parte il 71enne Donato Papa e il 57enne Giovanni Papa, anche loro a processo.

Durante l’udienza di ieri (venerdì 15 marzo) sono stati sentiti due operai della Cims, uno dei quali ha confermato che la vittima, al momento dell’incidente, era scesa dal furgone per segnalare che il cantiere si era fermato.

A deporre in aula, davanti al giudice Carlotta Franceschetti, è toccato poi ad Amelio Faccini dell’UoPsal dell’Ausl di Ferrara. L’ispettore della Medicina del Lavoro, soffermandosi sulle caratteristiche della strada nel punto in cui era avvenuta la tragedia, ha evidenziato che il furgone utilizzato per allertare gli automobilisti dei lavori in corso, provvisto di un’apposita segnaletica trainata da un rimorchio, doveva essere parcheggiato lungo la banchina e non sulla strada, nella corsia di marcia ordinaria, come invece era successo.

Qualora, in quella circostanza, non ci fosse stato spazio per lasciare il furgone in sosta lungo la banchina poiché assente, come ha riferito uno dei due operai ascoltati, Faccini ha sottolineato come sarebbe stata comunque necessaria la presenza di un cartello che segnalasse almeno 500 metri prima la presenza sulla carreggiata del furgone da cui era scesa la vittima che, a sua volta, avrebbe dovuto rendersi visibile ai veicoli con una bandierina arancione da sventolare.

Considerazioni, queste, su cui è stata sentita l’ispettrice Daniela Fini della Polizia Locale Terre Estensi che, intervenuta sul luogo dell’incidente per effettuare i rilievi, oltre a ricordare che prima del punto di impatto tra l’automobile e il furgone “non c’erano cartelli stradali che segnalavano il cantiere“, ha raccontato come non sia mai stata trovata “nè nell’abitacolo, nè sul rimorchio nè di fianco al corpo senza vita” la bandierina arancione con cui il 43enne avrebbe dovuto segnalare che “la colonna mobile si era fermata“.

Si torna in aula il 2 luglio.

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