Referendum, affluenza sotto il 20% nel Ferrarese
Si attesta al 19,30% l'affluenza alle urne in provincia di Ferrara alle ore 12 di oggi, domenica 22 marzo, per il referendum sulla giustizia
Si attesta al 19,30% l'affluenza alle urne in provincia di Ferrara alle ore 12 di oggi, domenica 22 marzo, per il referendum sulla giustizia
Attimi di grande apprensione nella mattinata di ieri, sabato 21 marzo, a Pontelagoscuro, dove una donna di ottant'anni è stata colta all'improvviso da un malore mentre si trovava in auto con la figlia
Saranno 264.990 gli elettori ferraresi (406 sezioni) chiamati alle urne per il referendum costituzionale sulla giustizia nelle giornate di domenica 22 e lunedì 23 marzo. In totale, in Emilia-Romagna saranno oltre 3 milioni e 365mila i cittadini che voreranno
Bollette dell'acqua sempre più care anche per le famiglie ferraresi. Nel 2025 la spesa media annuale per il servizio idrico arriva a 680 euro, ben al di sopra della media regionale
Era patito da Napoli con il Flixbus per venire a Ferrara, più precisamente a Poggio Renatico, per vedere sua figlia. Qualcosa però nel corso del viaggio è andato storto. Come in un banale copione di commedia cinematografica, il malcapitato ha scambiato involontariamente la valigia con un altro passeggero
Oltre alle due confezioni da mezzo chilo ciascuna di nitrito di sodio, sostanza diluita in una tazza di tè con effetti letali, aveva ordinato online anche una maschera full-face e dei filtri antiparticolato, molto probabilmente per evitare di restare intossicata durante la preparazione del mix letale con cui uccise la madre. Ma soprattutto dell’acido arsenico, che – stando a quanto emerso – non avrebbe però utilizzato. Tutti acquistati con la carta di credito della vittima sui siti di e-commerce Alibaba ed eBay tra i mesi di luglio 2021 e aprile 2022.
Sono questi alcuni dei retroscena emersi durante l’ultima udienza del processo a carico di Sara Corcione, la 39enne oggi accusata di omicidio premeditato, aggravato dal vincolo di parentela per aver assassinato sua mamma, la 64enne Sonia Diolaiti, avvelenandola nel suo appartamento di via Ortigara. Il fatto risale al 27 luglio 2022, ma il corpo senza vita della donna fu scoperto solamente qualche giorno più tardi, nella serata del 29 luglio, quando vennero allertati i carabinieri.
Ad avvertirli furono Patrizia Benatti e la figlia che, qualche giorno più tardi, insieme a Diolaiti, sarebbero dovute partire per una vacanza di quindici giorni a Pantelleria, dove la vittima aveva una casa. Insospettite però dal fatto che la donna non rispondeva più al telefono, dopo essere andate a suonare al campanello dell’abitazione di via Ortigara senza esito e aver parlato con Sara Corcione, che abitava al piano superiore dello stesso palazzo e aveva dato loro giustificazioni non plausibili sul silenzio della madre, decisero di rivolgersi al 112.
Ieri (31 gennaio) Benatti, che fino al 1988 aveva vissuto in quel condominio dietro la curva ovest dello stadio Mazza, è stata sentita in aula e, rispondendo alle domande della pm Ombretta Volta, ha ripercorso quei tragici giorni che hanno portato alla morte della 64enne. “Il nostro – ha spiegato – era un rapporto di conoscenza. Nel 2022 eravamo entrambe rimaste vedove e avevamo iniziato a frequentarci. Parlammo di ferie e mi invitò ad andare a Pantelleria da lei insieme a mia figlia. Avevamo già preso i biglietti aerei, saremmo dovute partire il 30 luglio e per sdebitarmi le avevo chiesto di trascorrere tre giorni con me nella mia casa sul lago di Garda, come abbiamo fatto dal 25 al 27 luglio, quando poi siamo rientrate”.
“La sera del 27 (quella dell’omicidio, ndr) – ha proseguito – la riportai a casa e aspettai che entrasse con la promessa che ci saremmo sentite il giorno successivo per organizzarci. Non la sentii però più. Le telefonai svariate volte e pensai che inizialmente non volesse più partire con noi. Preoccupate per quel silenzio, io e mia figlia decidemmo di andare a casa sua. Salimmo al primo piano, dove Sonia aveva l’appartamento. Anche in quella circostanza le telefonammo. Sentivamo il telefono squillare dall’interno, sia il fisso che il cellulare, senza risposta. Provammo così a salire dove abitava Sara, suonammo e non ci aprì nessuno. Poi, mentre ce ne stavamo andando, sentimmo la porta aprirsi. Dal buio spuntò Sara. Era pallidissima e teneva una mano dietro la schiena“.
Benatti ha continuato, ricordando il modo in cui Corcione tentò di giustificare il perché la madre non rispondesse: “Mi disse restando ferma ‘Ah sì, ciao. È successo qualcosa di grave. Qualcosa di molto personale, non te lo posso dire’. Insistetti, mi avvicinai e lei mi disse ‘Domani mamma non partirà’. Le chiesi se avesse bisogno di aiuto, mentre mia figlia le disse di non preoccuparsi, mi prese per mano e mi portò giù per le scale di corsa, dicendomi di correre velocemente. Andammo così dai carabinieri, a cui spiegammo tutto. Ci dissero di tornare in via Ortigara e di attendere l’arrivo della pattuglia. Ma non ho mai pensato che l’avesse uccisa, non mi sembrava potesse essere qualcosa di reale”.
Tra i primi ad arrivare sul posto Vincenzo Fucci, oggi in pensione, all’epoca dei fatti comandante della stazione dei carabinieri di Porotto. Fu lui a constatare che la porta dell’appartamento di Diolaiti era chiusa con un chiavistello dall’interno, chiedendo così l’intervento dei vigili del fuoco che, dopo aver tentato di aprirla dal pianerottolo, decisero di entrare dal balcone, dove c’era una porta finestra rimasta aperta, servendosi dell’autoscala. Una volta entrati, i pompieri trovarono il corpo senza vita della donna nel corridoio, seduto a terra con la schiena appoggiata allo stipite di una porta, e agevolarono l’ingresso dei militari dell’Arma. “La signora – ha raccontato Fucci – era già morta da diverso tempo. Ricordo che andai su, dove abitava Corcione, e dietro la porta trovai dei barattoli di sostanza che poi feci repertare. Me li indicò lei. Successivamente chiesi l’intervento del Nucleo Investigativo per le analisi degli ambienti”.
A svolgere il sopralluogo, insieme al medico legale, fu il maresciallo maggiore dei carabinieri Lucio Fusco: “La maggior parte dei reperti li prelevammo dalla cucina di casa della Diolaiti. Nel frigo e nel lavello c’erano contenitori pieni di acqua, tè e caffè. Mentre nell’appartamento di Corcione, dietro la porta di ingresso, trovammo dei contenitori con della sostanza cristallina e una scritta in cinese. In cucina invece cinque guanti in lattice e, in camera da letto, in mezzo ai vestiti, una maschera integrale facciale con dei filtri. Poi repertammo il tè e tutto quello che serviva per la preparazione. Sequestrammo i pc e i telefoni di Corcione e della vittima, sentimmo i vicini di casa e analizzammo i tabulati telefonici, da cui risultò che nella serata del 27 luglio ci furono due chiamate di Diolaiti a Corcione. La prima alle 23.49 da 26 secondi, la seconda alle 23.53 da 144 secondi”. Furono le ultime telefonate della donna morente. Non sentendo la terza, la figlia capì che il suo piano aveva funzionato.
Accertamenti furono fatti anche a livello patrimoniale, soprattutto per capire i modi in cui la giovane era riuscita a procurarsi il veleno, con i Ris che trovarono tracce di nitrito di sodio in una tazza di ceramica vuota con fantasie floreali e su di una spugna: “Verificammo le transazioni effettuate ed emerse che, il 23 luglio 2021, su Alibaba aveva comprato due barattoli da mezzo chilo di nitrito di sodio, mentre il 17 agosto dello stesso anno, su eBay, aveva acquistato la maschera full-face. Lo stesso giorno comprò anche dell’acido arsenico. Il 4 aprile 2022 invece alcuni filtri antiparticolato per gas e vapori. Tutti gli acquisti furono fatti con la carta di credito intestata alla madre“.
A testimoniare in aula anche la dottoressa Giulia Nappi, responsabile del Servizio Psichiatrico dell’Ausl di Ferrara, venuta a conoscenza della situazione delicata di Sara poiché legata da una profonda amicizia con suo padre, anche lui medico, il senologo Stefano Corcione. A lei, la difesa ha chiesto se fosse a conoscenza dei presunti abusi che l’imputata avrebbe subito dopo essere stata affidata ad alcuni familiari quando era ancora minorenne. Episodi riferiti da lei stessa allo psichiatra Luciano Finotti, che a sua volta li ha inseriti nella perizia psichiatrica, anche se in passato non ci fu alcun accertamento a riguardo.
A tal proposito, rispondendo al quesito dei difensori, la professionista ha specificato di non sapere nulla di quanto denunciato da Corcione. Diversamente ha potuto raccontare che la ragazza era stata presa in cura dal 2007 al 2010 dall’Ausl, con una pausa abbastanza importante di circa due anni, e che il padre le aveva confessato di essere molto preoccupato per le difficoltà che avrebbe potuto incontrare nell’inserirsi nel mondo lavorativo, oltre che nei rapporti con la madre. Tant’è che di rientro da un periodo di ricovero in una struttura in provincia di Monza le “sconsigliarono fortemente” di vivere con i genitori, motivo per cui si trasferì al quarto piano dello stesso palazzo, dove abitavano i nonni.
Davanti alla Corte d’Assise sono stati sentiti anche due vicini di casa. Il primo, che abitava al secondo piano, tra gli appartamenti di mamma e figlia, ha sottolineato che l’odierna imputata sembrava mostrare “timore nei confronti della madre, quasi come se fosse una presenza ingombrante“, sottolineando “la difficoltà che Corcione aveva nel convivere nello stesso palazzo, in particolare dopo la morte del padre“. Nello specifico, la testimone ha evidenziato il “disagio e la tristezza” della 39enne, descritta come “una persona molto sola” che “dava l’impressione di vivere in uno stato di forte depressione“, oltre che “il rapporto di sudditanza che aveva nei confronti della donna, a tal punto da sembrare molto accomodante per evitare di farla arrabbiare”.
“Sapevo dei rapporti conflittuali tra le due – ha concluso il secondo vicino di casa, che nel palazzo di via Ortigara ci abita dal 1999 – ma non nella misura di quanto accaduto. Capitava che incontrassi Sara e mi dicesse ‘tu si che sei un buon padre’ oppure mi chiamava papà. Probabilmente vedeva la mia famiglia un po’ più come modello rispetto alla sua. Mentre con Sonia i rapporti si sono fatti più frequenti e intensi da quando il marito si è ammalato e poi purtroppo è morto. Si sentiva di più la vicinanza emotiva. Quando è successo il fatto non abbiamo collegato subito quanto accaduto. Avevamo sentito dei movimenti per le scale quando sono arrivati i carabinieri, ma prima di quel momento non abbiamo mai avuto il sentore che potesse succedere qualcosa di simile“.
Si torna in aula il 15 febbraio, quando Sara Corcione sarà sentita davanti alla Corte d’Assise. Insieme a lei parleranno anche i testimoni e i consulenti della difesa rappresentata dai legali Antonio Cappuccio e Tiziana Zambelli. Per la parte civile invece gli avvocati Fabio Anselmo e Silvia Galeone, che assistono i due fratelli della vittima.
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