Il bello della poesia di Roberto Pazzi – e un elemento letterario da cui si può sempre imparare, per chi possiede la vocazione poetica – è il suo non fare, o non aver mai fatto, questioni di stile. In lui l’espressione è sincera, e non lavorata. Essa non è mai ‘rettorica’, per usare un termine caro ai filosofi e ai letterati dell’Ottocento, e non è mai ‘ornata’: è un dire poetico che non presenta il lavoro sulla forma come esteriore o successivo al momento dell’espressione stessa. E da questo deriva anche, paradossalmente, la grande uniformità dello stile di Pazzi nell’arco del tempo di tutta la sua produzione: la sua sincerità espressiva lo conduce a parlare sempre con lo stesso tocco, poiché non è la forma a interessargli, ma l’immediatezza del contenuto poetico. Non è mai portato, però, da quest’ultimo a deviare verso l’informale, ma piuttosto verso la sobrietà di ciò che ha immediatamente da dire, nella sua semplicità originaria. In questo senso, la sua poesia è moderna e fuori dal tempo, contemporaneamente, sobria e profonda per una medesima vocazione.
Il suo dire poetico presenta dunque al lettore l’immediatezza del suo linguaggio, e quindi la sua incomprensibilità di fondo. Le intuizioni di Pazzi, cioè, sono poetiche non solo perché dirette e senza fronzoli, ma anche perché toccano – con la semplicità della loro cadenza – il fondo stesso dell’abisso da cui nasce la poesia, senza alterarlo, ma mostrandolo con chiarezza. Con quella chiarezza propria della pura luce, e dunque della pura oscurità. Il verbo poetico di Pazzi, insomma, nei suoi migliori momenti, proprio perché asciugato e disossato, porta la poesia a mostrare la sua vera natura, cioè quella di essere, come sosteneva Andrea Emo, non tanto l’espressione di un’intuizione, ma l’espressione dell’inesprimibilità di un’intuizione. E, dunque, della sua tanto grande quanto voluminosa incomprensibilità, od oscurità, o vaghezza di fondo. Per questo la poesia di Pazzi è una poesia semplice, e tuttavia di quella semplicità che caratterizza solo le opere grandi.
Paolo Mansanti