L'inverno del nostro scontento
16 Novembre 2023

Mons. Perego, don Minzoni e il senatore Balboni

di Girolamo De Michele | 7 min

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Appare evidente ch’egli, come sacerdote, era disobbediente ai propri doveri verso la Chiesa cattolica. Poteva, sì, avere una propria simpatia politica; ma aveva anche il dovere di non manifestarla nelle proprie funzioni sacerdotali. Ed era disobbediente ai propri doveri verso i parrocchiani quando, nel predicare in Chiesa ritornò alla carica contro i fascisti e in Chiesa fece del suo meglio per denigrarne la condotta. Così, infatti, non celebrava una funzione religiosa, non svolgeva opera di educazione religiosa; ma trattava temi estranei ad un sacerdote celebrante l’offerta eucaristica, svolgeva, a dir meno, una propaganda politica e veniva ad offender la fede politica fascista di quei fedeli che la professavano.

Con queste parole un fascista, in un risibile libello su don Minzoni, credeva di denigrare l’opera del parroco di Argenta: e ne faceva invece l’elogio. Si tratta di Vincenzo Caputo, figlio di uno dei difensori degli assassini di don Minzoni, sedicente storico (manipolatore seriale di dati e documenti, in verità), una delle improvvide fonti del libro di Alberto Balboni, Edda Bonetti e Guido Menarini Repubblica sociale e resistenza italiana 1943-45, nel quale il futuro senatore si avventurava nell’ardita affermazione che fino al settembre 1943 le leggi razziali erano applicate “all’italiana”, cioè non applicate, e gli ebrei “continuavano nelle loro laboriose attività e nelle loro amicizie, quasi avvolti, se si eccettua qualche verboso eccesso di pochi scalmanati, dall’affetto e dalla simpatia dei cosiddetti ariani”. Persino gli antifascisti potevano “tranquillamente vivere e lavorare”: Balboni citava Giuseppe Bardellini, che per la verità era stato bastonato, diffamato (accompagnare le “bastonate di stile” con un presunto movente sessuale era un marchio di fabbrica di Italo Balbo, si trattasse di nemici, ex amici o dello stesso don Minzoni: una prassi che verrà poi adottata dalla mafia), aveva avuto l’officina distrutta: ma adesso poteva vivere e lavorare. Certo, non poteva parlare in libertà, né svolgere attività politica, insomma essere libero: ma nel 1990, quando Balboni scrive il suo libro, il segretario nazionale del suo partito dichiarava ancora, in un dibattito televisivo sul fascismo, che “ci sono epoche nella storia in cui la libertà non è il valore principale”.

Acqua sotto i ponti ne è passata parecchia, i fascisti sono diventati dapprima post-, e poi ex-: insomma, non ci sono più i fascisti di una volta. Epperò capita che il lupo abbia perso (si spera per sempre) il vizio, ma non il pelo: ed ecco che quelle fascistissime parole del camerata Caputo riaffiorano oggi nelle dichiarazioni di rispettabili esponenti di una imborghesita destra di governo, che fanno squadra contro monsignor Perego: è l’inconscio, bellezza, e tu non puoi farci niente, direbbe Bogart nei panni di un giornalista difensore della libertà di stampa.
Viene persino evocato dall’on. Malaguti il concordato firmato da Pio XI: quel papa che poche settimane prima dell’assassinio di don Minzoni ad opera dei fascisti di Balbo raccomandava ai cattolici l’astensione da qualsivoglia posizione politica attiva o avversa al fascismo:

Non politica, non economia sociale, dico perfino non cultura, ma prima di tutto la formazione cristiana della vita individuale. Questo è ciò che richiedono gli statuti della vostra istituzione, la formazione e la restaurazione della vita individuale cristiana. Ottimo scopo, perché corrisponde a quello che lo stesso Divino Maestro disse: quaerite primum regnum Dei.

Peraltro, il versetto del Vangelo di Matteo citato da papa Ratti dice nella sua interezza: Quaerite autem primum regnum Dei et iustitiam eius, et haec omnia adicientur vobis – cercate per primo il Regno di Dio e la sua giustizia (Mt 6, 33): troncandolo a metà, il papa ometteva la giustizia divina; e taceva anche su quanto scritto poco prima: “Nessuno può servire due padroni; perché o odierà l’uno e amerà l’altro, o avrà riguardo per l’uno e disprezzo per l’altro. Voi non potete servire Dio e Mammona” (Mt 6, 24). Che non si possa servire al tempo stesso Dio e Mammona don Minzoni lo aveva ben chiaro: e assieme a lui, monsignor Perego (e il Predicatore de Il cavaliere pallido, con tutto quel che poi ne segue).
“Non credo che monsignor Perego non sappia che la decisione di istituire almeno un Cpr per Regione sia stata presa nel lontano 2017 dal governo Gentiloni (Pd) su proposta del ministro dell’interno Minnitti (Pd)”, scrive il senatore Balboni. Il senatore ha forse dimenticato le decine di migliaia i morti che sono finiti nel mar Mediterraneo, in quella che è la più grande fossa comune della storia contemporanea: glielo ricordo io; e posso confermargli che monsignor Perego lo sa benissimo, perché la Chiesa non tacque quando l’infame decreto legge 13/2017 fu varato. La Caritas, ad esempio, scrisse che:

Da tempo si invocava una riforma della normativa sull’immigrazione che affrontasse e disciplinasse temi ormai irrinunciabili come l’aumento ed il potenziamento dei canali di ingresso regolari; il riconoscimento di maggiori tutele per chi nasce in Italia; reali misure di integrazione sia per i migranti da anni presenti sul territorio nazionale che per quelli appena arrivati. Tuttavia, le disposizioni del decreto 13/2017 non vanno in questa direzione, in cui l’esigenza di tutelare le frontiere, di garantire il controllo del territorio, di fronteggiare la c.d. ondata migratoria irregolare, diventano obiettivi determinanti e vincoli improrogabilmente necessari. Molti giuristi hanno sostenuto che il decreto Minniti-Orando non è in linea con la Costituzione italiana e con la Convenzione europea sui diritti dell’uomo. In particolare violerebbe l’articolo 111 della costituzione (il diritto a un giusto processo), l’articolo 24 (il diritto di difesa), e l’articolo 6 della Convenzione europea sui diritti umani (diritto al contraddittorio).

Evidentemente anche i papi non sono più quelli di una volta.
Posso però capire l’imbarazzo di parlamentari già fascisti, ed ora ex- o post-, che si trovano a dover approvare, dopo averlo avversato (FdI votò contro) un fascistissimo provvedimento scritto di proprio pugno da un fascista di fatto, non importa se con la tessera del PD in tasca, che (scrisse Marco Revelli):

Può aver letto Marx e Primo Levi, orecchiato Marcuse e i Francofortesi, militato nel partito che faceva dell’emancipazione dell’Umanità la propria bandiera, esserne diventato un alto dirigente, e tuttavia, in un ufficio climatizzato del proprio ministero firmare la condanna a morte per migliaia di poveri del mondo, senza fare una piega.

Peraltro, i due deputati si staranno forse chiedendo, con imbarazzo o compiacimento, quanto sono penetrate nella società italiana le idee da loro un tempo professate ed oggi abbandonate, delle quali nel 2017 si è fatto portatore un partito erede di Gramsci e Ingrao.
Imbarazzo che chi scrive non ha avuto nel denunciare su questo giornale, grazie alla libertà di stampa concessami dal suo direttore, le politiche del PD, come quelle del M5S e dei governi di destra, con tre interventi nell’inverno del 2019 (qui, qui e qui). Ma anche il direttore di questo giornale è soggetto al Fasulèn: non quello di legno, per fortuna, ma quello delle querele con le quali si minaccia la libertà di stampa e di espressione.
Il direttore Zavagli, che è un uomo di buon cuore, ha evocato la Giornata Mondiale della Gentilezza: io, che sono meno buono di lui, mi arrogo il diritto di far presente ai deputati Balboni e Malaguti che nel centenario dell’assassinio di don Minzoni ad opera di sgherri che un tempo sarebbero stati loro camerati, e nei giorni in cui ricorre l’eccidio del Castello del 15 novembre 1943, certi toni minacciosi che accompagnano un invito a tacere e occuparsi dei fatti propri sono quantomeno inopportuni. Perché ricordano i tempi in cui la libertà non era il valore principale, e neanche uno dei secondari.
Don Minzoni (che era iscritto al Partito Popolare, non a Potere al Popolo, ma che te lo dico a fare?), alla vigilia del suo assassinio scriveva parole non dissimili da quelle che aveva detto in faccia allo stesso Balbo due settimane prima:

Quando un partito, quando un Governo, quando uomini di grande o piccolo stile denigrano, violentano, perseguitano una idea, un programma, un’istituzione quale quella del Partito Popolare e dei Circoli Cattolici, per me non vi è che una sola soluzione: passare il Rubicone e quello che succederà sarà sempre meglio che la vita stupida e servile che ci si vuole imporre.

Insomma, pare che ci siano ancora i preti di una volta, e anche qualche giornalista, e uomini e donne con la schiena dritta, o che non cedono davanti al proprio desiderio: a differenza di chi quel desiderio lo ha imborghesito, adesso che ha potere, supremazia, diritto e polizia, gli dèi, i comandamenti ed il dovere, e continua ignorare quel tarlo mai sincero che chiamano pensiero.
Ce ne faremo una ragione: noi siamo gente che finisce male; morremo pecore nere, ma libere: soprattutto davanti alla nostra coscienza.

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