Cronaca
10 Novembre 2023
La Corte d'Assise ha condannato Angela Flavour Osazuwa, 30enne di nazionalità nigeriana, accusata di tratta di esseri umani, mantenimento in schiavitù e prostituzione minorile ai danni di una connazionale

Tredici anni e l’espulsione per la carceriera del Grattacielo

di Davide Soattin | 4 min

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Appena quindicenne visse l’inferno, dapprima come vittima di tratta di esseri umani in uno dei tanti viaggi della speranza con cui decise di tentare il tutto e per tutto per lasciare la Nigeria e arrivare in Italia. Poi – una volta giunta a Ferrara – fu ridotta in schiavitù e coinvolta in un giro di prostituzione minorile che la segnò, fino alla decisione di denunciare la sua carceriera, che la teneva segregata al Grattacielo, ieri (9 novembre) condannata dal tribunale di via Borgo dei Leoni.

Per quei fatti iniziati nel 2017, la Corte d’Assise – presidente Piera Tassoni con a latere il giudice Carlotta Franceschetti – ha inflitto tredici anni di reclusione, due in più di quelli chiesti dal pm Roberto Ceroni nella sua requisitoria, ad Angela Favour Osazuwa, 30enne di nazionalità nigeriana, accusata di tratta di esseri umani, mantenimento in schiavitù e prostituzione minorile ai danni di una 21enne connazionale, parte civile nel procedimento, a cui dovrà versare anche 200.000 euro a fine risarcitorio.

A ciò si aggiunge anche l’espulsione dall’Italia, provvedimento a cui la donna sarà sottoposta una volta espiata la sua pena.

Le fasi di quell’infernale calvario, definito in certi suoi aspetti agghiacciante” dal sostituto procuratore, la vittima li aveva raccontati in aula qualche mese fa, riavvolgendo il nastro al 2017, anno in cui, a soli 15 anni, spinta dai genitori, aveva lasciato da sola casa, in Nigeria, per raggiungere la Libia. Un viaggio percorso a piedi, insieme “a fantasmi che camminavano come me”, mentre in spalla portava “solamente un piccolo zainetto, pieno per metà di cibo” ricordava, “che io, in maniera testarda e senza papà e mamma, avevo difeso da chi, picchiandomi, voleva rubarmelo e portarmi via anche quei pochi soldi che avevo“.

Di quell’atroce sopravvivenza nel deserto, la 21enne aveva bene impresso nella mente un episodio in particolare, difficile da scordare. Lei, come altre settante persone, a bordo di un pick-up e negli occhi l’immagine di un padre e una madre che, a causa del terreno scosceso su cui sgommavano le ruote del mezzo, vengono sbalzati fuori dal veicolo, lasciando così orfano il figlioletto di pochi mesi sul rimorchio, senza alcuna possibilità di tornare a bordo, “perchè quando succedono questi incidenti, nessuno si ferma e aspetta che risali, rimani là. In mezzo al deserto”.

Durante la sua deposizione, la ragazza si espresse con lucidità e chiarezza, quasi ancora i suoi occhi vedessero passare quegli infiniti istanti di dolore. “Alcuni ci mettono una vita ad arrivare in Italia, mentre io ci ho impiegato tre mesi” aveva affermato, ma il prezzo da pagare fu alto. Davanti alla Corte, infatti, rivelò anche di aver subito ripetute violenze sessuali. “È successo per tre volte” disse, raccontando di essere stata costretta a ‘sopportare‘ quegli abusi per potersi salvare. “Venivano di notte e ti prendevano” e, chiunque si rifiutava, “la mattina seguente si risvegliava cadavere“.

Nei suoi ricordi di sopravvissuta, anche l’immagine del gommone che la portò in Italia, incorniciata dalla paura e dall’angoscia di non potercela fare e morire in mare, come purtroppo troppo spesso accade. “Costretto il giorno prima a rientrare per qualche problema, dopo aver lasciato in acqua alcune persone, lo ripararono con una gomma da masticare“. “A guidarlo era uno come noi” proseguì, fino a quando – giunti nelle acque italiane – all’arrivo dei soccorsi, tutti eravamo già in piedi perché l’imbarcazione si stava riempiendo d’acqua“.

Le sofferenze non finirono però nemmeno in Italia, dove – suo malgrado – finì ridotta in schiavitù e coinvolta in un giro di prostituzione minorile. La sua carceriera la ‘ospitò’ al grattacielo, dove le venne consegnato l’occorrente per l’attività lavorativa in piena notte: un reggiseno, una maglietta molto corta e dei pantaloncini, insieme a un cellulare vecchio modello. Per l’appartamento doveva pagare 140 euro al mese, e versare dei soldi in una cassa comune.

Il suo inferno finì il giorno in cui decise di presentarsi al Centro Servizi per l’Immigrazione gestito dal Comune per avere supporto con il rilascio di alcuni documenti. Lì si presentò fornendo il suo nome reale, ma mentì dicendo di avere 18 anni. Fortunatamente gli operatori si accorsero della menzogna e la trasferirono in un centro per potenziali vittime di tratta e, allo stesso tempo, iniziò anche il rilascio di informazioni sommarie alle forze dell’ordine che, coordinate dalla Procura, iniziarono a indagare fino all’apertura del procedimento in tribunale a Ferrara.

“Quello che si è celebrato – ha commentato l’avvocato Gianluca Tencati, legale di parte civile – è uno dei pochi processi che ancora oggi si vedono per quanto riguarda le vittime di tratta poi indotte a prostituirsi. Mi riservo di leggere le motivazioni della sentenza anche se, paragonando a diverse situazioni simili che personalmente ho seguito durante la mia carriera, devo dire che mi ha colpito la lucidità, il modo dettagliato e distaccato con cui la mia assistita ha ripercorso la vicenda rispetto ad altre mie clienti. Che non è affatto scontato se vediamo quello che è stato l’excursus, dalla sua partenza all’arrivo in Italia. Ma soprattutto in lei non ho mai notato la voglia di vendetta nei confronti dell’imputata. Oggi si è rifatta una vita, abita ancora qui, ha studiato, si è specializzata nel campo della ristorazione ed è autonoma. Insomma, si è costruita quel futuro che penso le spetti“.

Le motivazioni della sentenza sono attese entro 90 giorni.

 

 

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