Cronaca
6 Ottobre 2023

A 15 anni visse l’inferno. La giustizia chiede 11 anni per la sua presunta carceriera

(Foto di Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo/Oltremare)
di Davide Soattin | 4 min

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Undici anni. Sono quelli che il pm Roberto Ceroni della Dia di Bologna ha chiesto per Angela Favour Osazuwa, 30enne di nazionalità nigeriana, accusata di tratta di esseri umani, mantenimento in schiavitù e prostituzione minorile ai danni di una 21enne connazionale, oggi parte civile nel procedimento aperto in tribunale a Ferrara, che sulla sua pelle porta ancora i segni di uno dei tanti viaggi della speranza, quando – ancora minorennerischiò la sua vita a bordo di un gommone, per attraversare il mar Mediterraneo e arrivare sulle coste italiane, sognando di potersi costruire un futuro e iniziare una nuova vita.

Le fasi di quell’infernale calvario, definito in certi suoi aspetti “agghiacciante” dal sostituto procuratore, la ragazza li aveva raccontati in aula qualche mese fa, riavvolgendo il nastro al 2017, anno in cui, a soli 15 anni, spinta dai genitori, aveva lasciato da sola casa, in Nigeria, per raggiungere la Libia. Un viaggio percorso a piedi, insieme “a fantasmi che camminavano come me”, mentre in spalla portava “solamente un piccolo zainetto, pieno per metà di cibo” ricordava, “che io, in maniera testarda e senza papà e mamma, avevo difeso da chi, picchiandomi, voleva rubarmelo e portarmi via anche quei pochi soldi che avevo“.

Di quell’atroce sopravvivenza nel deserto, la 21enne aveva bene impresso nella mente un episodio in particolare, difficile da scordare. Lei, come altre settante persone, a bordo di un pick-up e negli occhi l’immagine di un padre e una madre che, a causa del terreno scosceso su cui sgommavano le ruote del mezzo, vengono sbalzati fuori dal veicolo, lasciando così orfano il figlioletto di pochi mesi sul rimorchio, senza alcuna possibilità di tornare a bordo, “perchè quando succedono questi incidenti, nessuno si ferma e aspetta che risali, rimani là. In mezzo al deserto”.

Durante la sua deposizione, la ragazza si espresse con lucidità e chiarezza, quasi ancora i suoi occhi vedessero passare quegli infiniti istanti di dolore. “Alcuni ci mettono una vita ad arrivare in Italia, mentre io ci ho impiegato tre mesi” aveva affermato, ma il prezzo da pagare fu alto. Davanti alla Corte, infatti, rivelò anche di aver subito ripetute violenze sessuali. “È successo per tre volte” disse, raccontando di essere stata costretta a ‘sopportare‘ quegli abusi per potersi salvare. “Venivano di notte e ti prendevano” e, chiunque si rifiutava, “la mattina seguente si risvegliava cadavere“.

Nei suoi ricordi di sopravvissuta, anche l’immagine del gommone che la portò in Italia, incorniciata dalla paura e dall’angoscia di non potercela fare e morire in mare, come purtroppo troppo spesso accade. “Costretto il giorno prima a rientrare per qualche problema, dopo aver lasciato in acqua alcune persone, lo ripararono con una gomma da masticare“. “A guidarlo era uno come noi” proseguì, fino a quando – giunti nelle acque italiane – all’arrivo dei soccorsi, tutti eravamo già in piedi perché l’imbarcazione si stava riempiendo d’acqua“.

Le sofferenze non finirono però nemmeno in Italia, dove – suo malgrado – finì ridotta in schiavitù e coinvolta in un giro di prostituzione minorile. La sua presunta carceriera, attuale imputata, la ‘ospitò’ al grattacielo, dove le venne consegnato l’occorrente per l’attività lavorativa in piena notte: un reggiseno, una maglietta molto corta e dei pantaloncini, insieme a un cellulare vecchio modello. Per l’appartamento doveva pagare 140 euro al mese, e versare dei soldi in una cassa comune.

Il suo inferno finì il giorno in cui decise di presentarsi al Centro Servizi per l’Immigrazione gestito dal Comune per avere supporto con il rilascio di alcuni documenti. Lì si presentò fornendo il suo nome reale, ma mentì dicendo di avere 18 anni. Fortunatamente gli operatori si accorsero della menzogna e la trasferirono in un centro per potenziali vittime di tratta e, allo stesso tempo, iniziò anche il rilascio di informazioni sommarie alle forze dell’ordine che, coordinate dalla Procura, iniziarono a indagare fino all’apertura del procedimento in tribunale a Ferrara.

Ieri, nel corso della propria requisitoria, chiedendo la condanna per Osazuwa, il pm Roberto Ceroni ha specificato che, ai fatti descritti dalla presunta vittima, si aggiungono anche le conferme provenienti dalle intercettazioni che restituiscono “spontaneità alle informazioni fornite” dalla stessa 21enne, associando, a un “quadro già chiaro, gli esiti delle attività tecniche e investigative. “Che tipo di libertà può avere una ragazza che arriva così, in quelle condizioni, in Italia? Una quindicenne senza soldi e documenti cosa avrebbe potuto saper fare?” ha chiesto il sostituto procuratore ai giudici, prima delle arringhe dell’avvocato Gianluca Tencati, legale di parte civile, e dell’avvocato Luigi Peluso, difensore dell’imputata.

Al termine dell’udienza, la Corte d’Assise – presidente Piera Tassoni – ha rinviato al 9 novembre, quando sarà letta la sentenza.

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