Economia e Lavoro
5 Agosto 2023
Tassinati e Grazzi della Cgil Ferrara: "Si è preferito addossare le colpe ai poveri. Bisogna riformare il sistema della formazione dell'istruzione, della selezione del mercato del lavoro, delle tipologie contrattuali, della flessibilità dei salari e dei contratti collettivi"

Reddito di cittadinanza, sospesi nel limbo trecento ferraresi

di Davide Soattin | 4 min

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Dal 1° agosto sono trecento i ferraresi – tra città e provincia – a cui il governo Meloni ha sospeso il reddito di cittadinanza, su un totale a livello nazionale di 159.084 persone che da inizio mese non hanno più diritto un aiuto economico.

A dare i numeri è la Cgil di Ferrara, con Fabrizio Tassinati della segreteria confederale e Riccardo Grazzi, responsabile del servizio Sol, che si sono soffermati sulla “questione povertà” e sulla “quantità di risorse a disposizione delle persone”, affermando di “non essere d’accordo con le decisioni che riducono la spesa pubblica a loro favore” per diversi motivi.

“Innanzitutto perché assegnare meno risorse a meno famiglie – spiegano – significa dare minore assistenza sociale a chi ne ha bisogno, aumentando i rischi sociali di coloro che vivono condizioni di deprivazione materiale, che sia povertà alimentare, abitativa o educativa. Vuol dire tradire i principi di eguaglianza sanciti dall’articolo 3 della Costituzione, minare la solidarietà sociale e produrre un generale arretramento culturale e politico per tutto il Paese”.

“Perché vengono emessi provvedimenti di austerità nei riguardi della popolazione più debole nel momento di transizione più delicata degli ultimi 20 anni, a ridosso di due crisi di drammatica portata come la crisi finanziaria e industriale del 2008 e quella più recente segnata dalla pandemia e dal disinvestimento sulla salute pubblica e sanità?” si domandano i sindacalisti, che poi aggiungono: ” Se si pensa che il tema riguardi uno strato sociale minoritario una parte risibile della cittadinanza si sbaglia analisi”.

Secondo la Cgil, che nel Ferrarese dal 2022 a oggi ha prodotto 1.488 dichiarazioni Isee, inviato 1.174 domande per il reddito e 30 domande per le pensioni di cittadinanza, in assenza diforti iniezioni di spesa pubblica su pensioni e ammortizzatori sociali, lavoro, casa, sanità, istruzione, reddito minimo il quadro generale della condizione dei ceti medi e della classe operaia si sfalderà ancor di più e scivolerà come sta accadendo verso il basso, generando una progressiva riduzione di reddito e ricchezza della famiglia, nuovi poveri di età giovane, aumento record di giovani che non lavorano, mentre la ricchezza si concentra verso l’alto della scala sociale”.

“Si ha invece preferenza di addossare le colpe della povertà ai poveri – evidenzia il sindacato – e se non li si ritiene furbi o oziosi quantomeno li si rappresenta come sfortunati o fallimentari, omettendo la verità ossia il fatto che la loro condizione è il prodotto delle trasformazioni economiche e sociali e degli squilibri nella distribuzione della ricchezza”.

Nello specifico, secondo la Cgil, il focus andrebbe puntato sulla “mancanza di una domanda di lavoro che dia risposte in termini di tempo e salari“. “Non solo – illustrano Tassinati e Grazzi – non ci sono abbastanza posti di lavoro, ma un numero rilevante di essi sono a tempo determinato per giunta spessissimo non offrono il salario di un lavoro a tempo pieno. Significa che avere un lavoro per quanto importante non sempre protegge dalla povertà individuale e familiare, come dimostra la crescente percentuali di lavoratori poveri presenti anche tra i beneficiari del Rdc”.

“La Cgil – affermano – non ha mai teso a sostenere che il finanziamento di un reddito universale di base fosse finalizzato a liberare l’individuo dalla necessità del lavoro salariato o men che meno costituisse una forma di risarcimento concesso ai lavoratori espulsi dai processi produttivi a causa della tecnologia. A questo abbiamo sempre preferito ipotizzare il lavoro garantito. Tuttavia un mezzo di sostegno universale per supportare chi non ce la fa insieme ad un salario minimo trasversale ai diversi settori dell’economia e ad un welfare non frammentato è niente meno che necessario per evitare il diffondersi di fenomeni di svalorizzazione del lavoro e quindi per ridurre effettivamente la ricattabilità dei lavoratori da parte delle imprese”.

Il reddito di cittadinanza, per il sindacato di piazza Verdi, è stato “impropriamente connesso alle politiche del lavoro non per convinzione che vi fosse una correlazione tra povertà e disoccupazione ma per allentare il feroce dibattito che fomentato dai partiti conservatori e dalle classi padronali ha in molti casi attratto larghi parte della pubblica opinione su fatto che avrebbe favorito i finti poveri da un lato e gli oziosi dall’altro. La destra ne ha cancellato la prosecuzione in termini generali cavalcando le polemiche ostili al suo utilizzo decidendo di fatto di contenere un pezzo di spesa pubblica a favore dei più deboli.
Si dirà che ha avuto nel tempo un costo significativo e pensare di consolidarlo magari allargandone l’applicazione avrebbe comportato il rischio di indebolire lo stato sociale ancora disponibile seppur in costante diminuzione, fondato sul lavoro. Falso“.

Tassinati e Grazzi chiudono tracciando la strada che il governo dovrebbe attuare per rispondere al problema occupazionale: “Bisogna riformare il sistema della formazione dell’istruzione, della selezione del mercato del lavoro, delle tipologie contrattuali, della flessibilità dei salari e dei contratti collettivi, nei punti critici e criticabili. Poi potrà essere possibile immaginare che per la via del lavoro, insieme all’emancipazione di tutti coloro che cercano occupazione, si possano emancipare le situazioni reddituali di chi ha meno reddito“.

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