Cronaca
22 Giugno 2023
Sentito come testimone l'uomo che all'epoca dei fatti viveva nell'appartamento di fianco a quello della coppia: "Lei diceva a lui di stare zitto sennò l'avrebbe mandato in carcere"

Picchiò e violentò l’ex moglie, il vicino di casa: “Persone normali, li ho sentiti litigare due volte”

di Davide Soattin | 4 min

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È stato rinviato a giudizio un 32enne accusato di maltrattamenti e stalking nei confronti dell’ex compagna. Tra gli episodi contestati anche l’invio di una lettera minatoria dal carcere, scritta – almeno in parte – con il proprio sangue

Nuova udienza del processo a carico di un 64enne di origini giordane, imputato per i reati di maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale continuata e aggravata nei confronti dell’ex moglie, una 49enne di nazionalità marocchina che sarebbe stata presa a calci, spinta con la testa contro il muro, obbligata a digiunare e autorizzata a fare la doccia solamente dietro il permesso di lui.

Ieri (mercoledì 21 giugno) in tribunale a Ferrara, davanti al collegio giudicante, presidente Piera Tassoni con a latere i giudici Sandra Lepore e Alessandra Martinelli, è stato sentito il vicino di appartamento della coppia all’epoca dei fatti, che ha riferito di conoscere l’uomo da circa quindici anni e ha descritto i due come “persone normali” tranne che in due circostanze, quando li avrebbe sentiti litigare in lingua araba – la stessa parlata dal testimone – con lei che avrebbe detto a lui “di stare zitto, sennò l’avrebbe mandato in carcere”.

La vicenda, lo ricordiamo, risale al periodo compreso tra il 21 agosto e il 10 novembre 2020, quando i due, dopo tre anni di frequentazione in rete, dove si erano conosciuti quando lei era ancora in Marocco e lui già in Italia, si sposano e decidono di andare a vivere insieme a Ferrara.

L’idillio tra i due però finisce ben presto, come lei stessa ha raccontato in aula nell’udienza precedente ( 12 aprile) davanti al collegio giudicante – presidente Piera Tassoni con a latere i giudici Sandra Lepore e Alessandra Martinelli – descrivendo con l’ausilio dell’interprete una quotidianità fatta di continue vessazioni, da cui faticava a trovare una via di fuga.

Secondo l’accusa infatti, oltre agli insulti, alla donna – assistita dall’avvocato Sara Bruno – sarebbe stato anche impedito di uscire liberamente dalla loro abitazione e di intrattenere stabili relazioni sociali, privandola di ogni possibile risorsa economica (durante la propria deposizione, ha affermato che le avrebbe anche indicato i luoghi dove andarsi a prostituire per reperire soldi, ndr), costringendola – con violenza e minacce – ad avere rapporti sessuali completi.

Ed è proprio durante quegli attimi interminabili che l’uomo, con una frequenza di circa due volte a settimana, sotto la minaccia di picchiarla, oltre a trattarla con brutalità e insulti, l’avrebbe penetrata con oggetti o la immobilizzava tenendola per i capelli, arrivando a provocarle dolori al corpo, ferite alla bocca, lividi sulle gambe e arrossamenti sulle cosce, di cui nemmeno lei ha saputo darsi spiegazione. “Non so cosa gli passasse nel cervello” ha affermato, con la voce rotta dal pianto.

Ma non solo. Secondo quanto riferito in aula, sarebbe stata anche costretta a preparare la vasca da bagno per il tradizionale rito marocchino dell’hammam, con cui avrebbe dovuto massaggiare e lavare sia il marito che la donna che lui aveva sposato prima di lei con il rito islamico, che l’uomo aveva iniziato a frequentare davanti ai suoi occhi, sotto lo stesso tetto.

Le presunte violenze vanno avanti settimana dopo settimana, fino a quando lei non decide di chiedere aiuto al Centro Donna Giustizia. Lo fa al termine dell’ennesima aggressione, nata dopo che lui l’avrebbe presa con forza, messa in automobile e picchiata per portarla dall’avvocato per firmare le carte con cui lui le chiedeva il divorzio perché – stando al racconto dei fatti reso in aula – lei non avrebbe accettato di vivere con un’altra donna, né tantomeno di avere rapporti sessuali con tre suoi amici, come proposto dal marito.

Tra i due però sarebbe nato un dissidio dovuto al fatto che le carte che lui le vuol far firmare sono in italiano, lingua che non conosce, mentre lei le chiedeva in arabo o in francese. Così, una volta sotto l’ufficio dell’avvocato, l’uomo ingrana la retromarcia e torna a casa. È lì che la donna, sempre più esasperata, decide di recarsi al Centro Donna Giustizia, grazie all’aiuto di alcuni conoscenti che la indirizzano. Lì però fa l’accesso libero senza la documentazione necessaria, che gli viene chiesto di portare in un secondo momento, ma nel frangente in cui esce per reperirla, trova davanti a sé l’uomo in auto, che la riporta nuovamente nella loro abitazione.

Il calvario finisce il 10 novembre del 2020, quando al termine dell’ennesimo episodio, dopo averla malmenata, l’uomo l’avrebbe sbattuta fuori di casa mentre addosso ha ancora il pigiama. Con l’aiuto di un’amica, che le prenota e le paga una stanza, trova rifugio in un albergo della città e da lì compone il 1522, facendo nuovamente accesso al centro-antiviolenza, questa volta però denunciando un’emergenza.

Al termine dell’ultima udienza, il processo è stato rinviato al 18 ottobre, quando sarà sentito l’imputato.

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