Inizierà a novembre il processo a carico di A.G., la 31enne accusata del reato di omicidio volontario del figlio di un anno, aggravato dalla minore età della vittima e dal legale di parentela che il bimbo aveva con lei.
È quanto ha deciso ieri, mercoledì 21 giugno, al termine dell’udienza preliminare che si è tenuta in tribunale a Ferrara, il gup Silvia Marini, rinviando così la donna a giudizio davanti alla Corte d’Assise.
Nel corso del procedimento che arriverà in aula il 9 novembre, il padre del bambino, un 38enne proveniente dalla Tunisia, per tramite del proprio legale, l’avvocato Alessandro Gabellone, si è costituito parte civile, mentre gli avvocati difensore della donna – i legali Marcello Rambaldi e Alessio Lambertini – hanno depositato una consulenza di parte che appura un vizio totale di mente nell’imputata, e hanno chiesto al giudice di disporre una perizia, ma la richiesta è stata rigettata per questioni tecniche.
I fatti risalgono al 17 giugno 2021 quando, intorno alle 6 del mattino, la donna aveva allertato i carabinieri perché andassero nella sua casa, in via degli Ostaggi, dove una volta arrivati sul posto, i militari la trovarono in stato di shock e sanguinante.
Per la disperazione, infatti, si era da poco tagliata i polsi e agli uomini dell’Arma aveva ripetuto di aver ucciso lei il suo bambino e di volerla fare finita. Il piccolo era nel lettone dove aveva passato la notte insieme alla madre, immobile.
I sanitari del 118 provarono a rianimarlo per quasi 45 minuti, ma non ci riuscirono.
In casa con loro c’erano anche gli altri due figli, di 5 e 9 anni, che vennero poi affidati alla nonna, accorsa in via degli Ostaggi dopo essere stata avvisata con un messaggio via WhatsApp.
Poco prima, la donna – con un passato problematico con l’uso di stupefacenti e che i vicini raccontarono fosse parecchio agitata anche nei giorni precedenti – aveva cercato di aggredire i carabinieri, che con molta difficoltà e con l’aiuto dei colleghi della polizia di Stato riuscirono a bloccarla e accompagnarla all’ospedale di Cona per le medicazioni e l’assistenza psicologica del caso.
Il padre, un 38enne tunisino che da circa un mese aveva lasciato la casa familiare dopo alcune incomprensioni con la compagna, arrivò quando già il 118 aveva constatato che per il bimbo non c’era nulla da fare. Furono i carabinieri a informarlo della morte del figlio.
Nei mesi successivi al fatto, poi, l’autopsia disposta dal pm di turno sul corpo del bambino aveva constatato come il decesso del piccolo fosse avvenuto per soffocamento da mezzo soffice, con la madre che sin dal primo momento è risultata essere la sola e unica indagata per il tragico evento.
Al momento, per via della grave situazione di fragilità psichiatrica in cui versa, già evidenziata dallo psichiatra forense Luciano Finotti, che aveva sottolineato una parziale assenza della capacità di volere, la donna, affetta da un disturbo di personalità borderline, oltre che da problemi legati all’abuso di stupefacenti, è ospite di una struttura.
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