Cento. Arriva un colpo di scena nel processo a carico del 45enne albanese, accusato insieme ad altre due persone – uno ha già patteggiato, l’altro è stato condannato con rito abbreviato – della tentata rapina con pistola ai danni di una famiglia che abitava a Corporeno, avvenuta il 13 giugno 2020 quando, intorno alle 6, due uomini travestiti da operai, col volto coperto da un passamontagna, armati di pistola e piede di porco in pugno bussarono alla porta della villetta in cui viveva una famiglia, intimando agli abitanti di aprire subito, mentre un terzo faceva da palo.
Durante l’udienza di ieri (21 giugno) infatti, davanti al collegio del tribunale di Ferrara, presidente Piera Tassoni con a latere i giudici Sandra Lepore e Alessandra Martinelli, oltre a negare di conoscere il nome della località in cui avvenne il fatto, l’imputato – assistito dall’avvocato Marco Rossi del foro di Modena – si è difeso fornendo un alibi, che ora potrebbe fornire nuovi importanti risvolti al processo.
Nello specifico, l’uomo ha riferito che dal 9 al 18 giugno 2020, settimana in cui avvenne la rapina, non si sarebbe trovato in Italia, ma in Albania. A Durazzo, dove gestiva un negozio in cui vendeva vestiti usati, un’attività che dismise nel 2021, quando andò in carcere dopo essere stato arrestato per detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio. E a riprova di questa sua giustificazione, la difesa ha prodotto due biglietti, uno di andata e l’altro di ritorno, entrambi intestati a lui con nome, cognome e data di nascita, su cui nei prossimi giorni saranno effettuati accertamenti, dal momento che, sentito il 7 giugno 2021 dai carabinieri, il 45enne non aveva minimamente fatto accenno a questo suo alibi.
Anzi, per giustificare la propria estraneità ai fatti, in quella circostanza, ai militari dell’Arma raccontò di aver prestato il proprio furgone, utilizzato per il lavoro di raccolta indumenti a Modena e provincia e che gli inquirenti avrebbero individuato come quello utilizzato dai rapinatori, alla sua ex compagna (che sarà sentita nelle prossima udienza), che sarebbe dovuta andare all’aeroporto di Bologna a prendere una persona, e che ora il tribunale ha disposto che venga rintracciata e portata in aula per essere sentita. Ma di quei biglietti, di quel traghetto e di quel suo soggiorno albanese, non uscì nulla.
Il processo è stato rinviata al 25 ottobre, quando sarà chiamato a testimoniare nuovamente anche il padre di famiglia, rimasto vittima della rapina. La decisione è arrivata dopo che, durante l’udienza di ieri, sentito come teste, l’imputato che aveva precedentemente patteggiato ha raccontato al pm e ai giudici che lui e il resto della banda, quella mattina, si sarebbero recati a casa dell’uomo per comprare droga o per ottenere informazioni su dove poterla reperire.
Su questa versione dei fatti a intervenire è l’avvocato di parte civile Gianni Ricciuti, che assiste la famiglia e ci tiene a mettere alcuni punti fermi alla questione: “Saremo sentiti ancora – ha affermato – e sono convinto che emergerà la totale estraneità nei fatti da parte del mio assistito, che ancora oggi, insieme ai suoi figli che fanno fatica a dormire dalla paura, sta pagando sulla propria pelle quanto accaduto quella mattina“.
Una volta che i due ladri gli intimarono di aprire la porta, infatti, loro, moglie, marito, due figli di 8 mesi e 5 anni, non diedero seguito a quel terribile ordine. I due uomini infilarono allora una forbice nella congiuntura dei due battenti, cercando di scardinare il portoncino, non riuscendoci perché nel frattempo era stato dato l’allarme ai carabinieri e un complice, un palo, ha avvisato i due rapinatori che qualcuno stava arrivando.
Momenti di panico, nei quali la famiglia fuggì cercando riparo sul tetto, aprendo la botola della mansarda e aspettando i carabinieri a cavallo dei coppi. Un grande rischio per sfuggire alla violenza e alla minaccia degli assaltatori, catturati poi dai militari, uno mentre stava fuggendo, gli altri nel prosieguo delle indagini.
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