Cronaca
3 Marzo 2023
L’avvocato Bova sbotta contro l’ingente richiesta di risarcimento. E alla Corte: “Avevo il dubbio che non fosse stato lui”

Omicidio di Via Ghiara. La difesa ai fratelli dell’imputato: “È una vergogna”

di Redazione | 2 min

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Alessandro scuote la testa. Sonia esce dall’aula dicendo “che schifo”. I primi a dolersi per l’assoluzione di Stefano Franzolin sono i suoi fratelli, presenti alla lettura del verdetto della Corte di Assise.

“La giustizia non esiste – commenta Sonia Franzolin all’uscita dell’aula B del tribunale di Ferrara -. È uno schifo. Abbiamo speso più di 10mila euro per fare perizie per niente. C’è una marea di incongruenze. È avvilente”.

“Tutte le prove che abbiamo portato non sono servite a nulla” le fa eco il fratello Alessandro.

Con l’assoluzione del fratello per l’omicidio della madre, Alberta Paola Sturaro, cade anche la loro richiesta di risarcimento (500mila euro a testa o, in subordine, 400mila di provvisionale per ognuno di loro).

E proprio contro quella richiesta, ritenuta fin troppo esosa, che si è scagliato l’avvocato della difesa Alberto Bova. “È una vergogna!” ha tuonato in aula in sede di arringa. Considerando il fatto che Stefano Franzolin aveva già rinunciato all’eredità della madre prima ancora della sentenza, il quantum della richiesta di risarcimento fa letteralmente sbottar Bova: “o lo fai per amore di giustizia o lo fai per i soldi”.

L’avvocato va oltre, per dire alla Corte, chiamata a decidere sull’imputabilità o meno del suo assistito, che “con questa assoluzione mi tolgo un peso dallo stomaco, perché a un certo punto mi era venuto il dubbio che non fosse stato lui”.

E questo perché “Franzolin ha ricostruito nei minimi dettagli tutto quanto successo prima e tutto quanto successo dopo. Dell’omicidio invece non ricorda praticamente nulla: o era in trance o non lo ha commesso lui”.

E poi “doveva essere la dea Kalì per tenere con due mani le braccia della madre, con altre due il cuscino per soffocarla e con una la torcia per far luce sulla stanza buia”. Secondo la difesa “forse si dovevano prendere le impronte su quella pila O cercare tutti i tipi di dna sui cuscini. Perché poi ricomporre la madre per farla sembrare una morte naturale se poi l’imputato va a confessare tutto ai fratelli?”.

Altra incongruenza: “nessuno in quella casa chiama il 118, o la polizia, o i carabinieri. E a nessuno è venuto in mente di provare a rianimare la madre, a praticarle il massaggio cardiaco. Anziché chiamare qualcuno la sorella si fa una doccia…”.

Quanto al bancomat, e al suo presunto uso indebito da parte del suo assistito, Bova ricorda che, in virtù della procura concessagli dalla madre, Franzolin poteva prelevare quanto voleva e, “se avesse davvero voluto abusarne, non si sarebbe limitato ai prelievi necessari per il sostentamento familiare”.

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