Non c’era alcuna volontà di formulare accuse contro Alfredo e Francesco Gianella. È su questa base che la Corte d’Appello di Bologna, lo scorso 4 novembre, ha assolto don Tiziano Bruscagin dall’accusa di calunnia, nell’ambito dell’inchiesta per la morte di Willy Branchi, avvenuta il 30 settembre 1988 a Goro.
Il sacerdote – condannato a un anno e mezzo in primo grado – venne accusato dalla procura di Ferrara di aver calunniato i due fratelli, affermando che fossero coinvolti insieme al padre Ido proprio nell’omicidio di Willy.
Dopodiché si chiuse nel silenzio, senza arrivare mai a fornire spiegazioni sul perché avesse inizialmente fatto quei nomi, se non quella di avere semplicemente raccolto voci di paese.
E proprio su questo punto si concentrano le motivazioni dell’assoluzione da parte dei giudici felsinei, pubblicate giorni scorsi, in cui viene sostanzialmente evidenziato che l’allora parroco di Goro “pur avendo manifestato chiaramente la volontà di non rendere note a soggetti diversi dai suoi diretti interlocutori le confidenze circa le voci di paese che riconducono a Ido Gianella ed ai suoi figli il delitto Branchi, si era ritrovato ‘costretto’ a ripetere le medesime dichiarazioni all’Autorità Giudiziaria, stante il concreto rischio, in caso diverso, di venire perseguito per il delitto di cui all’art. 371 bis del c.p. (false informazioni al pubblico ministero, ndr)”.
Insomma, secondo quanto emerge dalle trenta pagine di motivazioni fornite dai giudici della terza sezione penale della Corte di Appello, il prete di Goro ha “reso all’Autorità giudiziaria le dichiarazioni incriminate senza alcuna volontà accusatoria nei confronti di Gianella padre e figli, bensì per esservi stato indotto da fattori a lui non imputabili”. Dichiarazioni che, secondo i giudici, sono oggi da considerarsi “inidonee ad assumere seria valenza accusatoria nei confronti di Gianella padre e figli, tanto che […] gli stessi pubblici ministeri le avevano ritenute prive della minima valenza accusatoria, non essendo stato iscritto alcun procedimento penale” nei confronti delle persone citate.
“Le motivazioni della Corte di Appello – hanno commentato soddisfatti gli avvocati Milena Catozzi e Marcello Rambaldi, che hanno assistito don Bruscagin – confermano la totale assenza dei requisiti minimi necessari per configurare il reato di calunnia. Don Tiziano Bruscagin si è sempre limitato a ripetere quanto appreso, precisando che si trattava solo di voci che correvano in paese, di cui ha poi indicato anche le fonti”.
Nel mentre, stando a quanto si apprende, tornando sulle indagini dell’omicidio avvenuto ormai trentacinque anni fa, la Procura della Repubblica di Ferrara – pm Andrea Maggioni – sarebbe pronta a chiedere l’archiviazione per due indagati e, allo stesso tempo, parrebbe aver allargato le indagini nei confronti di un ex agricoltore 60enne, oggi disoccupato.
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