Cronaca
16 Dicembre 2022
L'uomo era arrivato persino a raccontarle il piano che avrebbe voluto attuare subito dopo averla uccisa. Il tribunale gli ha inflitto una pena di quattro anni di reclusione

Umiliata e maltrattata per anni. L’ex condannato per violenza sessuale

di Davide Soattin | 3 min

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Quattro anni di reclusione. È la pena inflitta a Daniel Cirolla, il 29enne accusato di violenza sessuale e maltrattamenti nei confronti della moglie, oggi 24enne, che nel 2021 aveva avuto il coraggio di denunciarlo, ormai esausta da una vita di coppia durata alcuni anni e vissuta in maniera estrema.

La sentenza del tribunale di Ferrara è arrivata ieri (giovedì 15 dicembre). Presente in aula lo stesso imputato, assistito dal legale Edmondo Capecelatro Gaudioso di Morrone, interrogato poco prima la requisitoria del pm Fabrizio Valloni, e l’avvocato Sara Bruno, legale difensore della vittima.

La vicenda, come si diceva a inizio articolo, risale a un anno fa e s’inserisce all’interno di un contesto sociale di estremo disagio. A quel tempo, infatti, i due vivevano insieme al piano di sotto di una casa a due livelli: dormivano per terra, facevano i loro bisogni dentro a un secchio dopo la rottura del bagno, in una situazione generale di degrado igienico-sanitario.

Al piano di sopra, come rilevato dai carabinieri dopo aver effettuato l’accesso nell’abitazione successivo alla querela sporta dalla donna, gli inquilini erano, invece, dei cani di grossa taglia. E anche loro facevano tutto lì, senza mai uscire: mangiavano, dormivano, lasciavano le loro deiezioni. Lei si arrangiava con qualche lavoretto, lui percepiva il reddito di cittadinanza.

Ed è in questo scenario che la donna subiva continue offese, insulti, mortificazioni, degradazioni, minacce di morte – tra cui anche l’avvertimento verbale di utilizzare contro di lei una pistola ad aria compressa – e aggressioni fisiche: le dava pugni sul corpo e negli occhi, le piegava le dita delle mani e le lanciava il detersivo sul volto. Una volta, addirittura, le raccontò il piano che avrebbe voluto attuare subito dopo averla uccisa, che sarebbe terminato col corpo di lei portato in campagna e poi bruciato.

L’ha inoltre costretta a dormire sul pavimento, controllandole ossessivamente il cellulare e impedendole di gestire il denaro e i propri documenti di identità. E lei, con già un passato difficile alle spalle, era succube, provava un sentimento d’amore, d’affetto, di paura e obbedienza; credeva a quel che lui le diceva: se te ne vai, i carabinieri ti arrestano.

Un’escalation di violenze fisiche, psicologiche e economiche fino al più grave degli episodi contestati, vale a dire la violenza sessuale, scaturita dalla rabbia che un giorno lui provò per il rifiuto di lei nel firmare una dichiarazione scritta da consegnare all’avvocato, in cui doveva confessare gli errori commessi, tra cui un tradimento, a uso e consumo di una futura causa di separazione.

Insomma, attorno alla propria vittima, il ‘carnefice’ avevo costruito una vera e propria gabbia da cui la donna riuscì ad uscire solamente grazie alla forza di denunciare tutto ai carabinieri, trovando poi aiuto, assistenza e protezione nel Centro Donna e Giustizia.

All’uscita dall’aula, dopo la lettura della sentenza, l’avvocato Sara Bruno, legale difensore della 24enne, si è detta “da un lato soddisfatta perchè è stato ripristinato il principio di giustizia, anche se, d’altro canto, fa sempre dispiacere il pronunciamento di una condanna di fronte a situazioni di questo tipo”. “È una soddisfazione amara – ha chiuso – in cui non vince nessuno, ma penso sia stato dato il giusto ristoro alla vittima, riconoscendo il senso del proprio patimento”.

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