Cronaca
5 Ottobre 2022
Depositata la perizia dello psichiatra nominato dal giudice. L'autore dell'omicidio di piazzetta Schiatti non era capace d'intendere e di volere, è socialmente pericoloso e bisognoso di cure in una Rems. Anselmo: “Lo stato deve farsene carico”

Cazzanti agì in preda al delirio quando sparò a Gregnanini

michele cazzanti
di Daniele Oppo | 4 min

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michele cazzantiMichele Cazzanti era in una situazione tale da escludere la sua capacità d’intendere e di volere quando aggredì, purtroppo fatalmente, il suo collega Roberto Gregnanini, esplodendo numerosi colpi di pistola al suo indirizzo. Oggi è un soggetto socialmente pericoloso che ha bisogno di una costante assistenza psichiatrica, in una struttura adeguata, che non è il carcere.

È, in sintesi, la conclusione a cui è giunto lo psichiatra Luciano Finotti, perito nominato dal gip Danilo Russo sull’autore dell’omicidio di piazzetta Schiatti.

La sua relazione di oltre 40 pagine sembra lasciare poco spazio al dubbio: Cazzanti è afflitto da un conclamato disturbo psicotico, la sua volontà si fonda sul delirio, e il 3 marzo scorso ha agito proprio in preda a tale delirio – “reato sintomo della malattia”, scrive Finotti – per porre fine a ciò che considerava una persecuzione nei suoi confronti, il cui punto focale Cazzanti aveva individuato proprio nella sua vittima.

Quella mattina ha tolto la Glock dalla cassaforte, ha parcheggiato l’auto e si è bevuto una bottiglia di amaro, ha aspettato dove sapeva che sarebbe passato Gregnanini, lo ha assalito e gli ha sparato addosso. Poi è tornato in auto e ha vagato senza meta, per assaporare una libertà che sapeva sarebbe stata a termine.

Nel suo quadro fantasioso – ma per lui assolutamente reale e solido davanti a ogni considerazione critica e alla realtà contrastante – Cazzanti si sentiva vittima di un prolungato e articolato stalking da parte di alcuni colleghi di lavoro, addirittura spiato tramite la compromissione del suo telefono cellulare – che lui afferma essergli stato ‘hackerato’ – oggetto di continue derisioni e prese in giro per i suo innamoramenti e per la sua vita privata. Niente trova riscontro nei fatti, anche per sua stessa ammissione, e pure la sua convinzione è granitica e tutto nella sua mente trova spiegazione.

Una compromissione psichiatrica manifestatasi dal 2004, con un avance a una collega di lavoro e poi alla sensazione-convinzione di essere preso in giro, anche da sconosciuti, su mandato di Gregnanini.

L’inizio di una spirale, interrotta o quanto meno tenuta a bada in parte anni addietro, dal 2015 grazie a un’adeguata terapia farmacologica, purtroppo abbandonata e sostituita, anche se episodicamente, con l’alcol (e la paura di presunti danni al fegato lo rese diffidente della vaccinazione anti Covid, motivo per cui non poté rientrare in ufficio). La pistola acquistata anni dopo, è stata forse una maniera di trovare rassicurazione e protezione, forse quella che gli era venuta a mancare con la morte del padre, che per primo lo spinse ad affidarsi a degli specialisti, preoccupato per le sue turbe.

E sebbene oggi conservi la lucidità di capire la gravità del suo comportamento e quali siano le conseguenze sociali e personali, dunque sia potenzialmente capace di partecipare a un processo, è evidente al perito che sia anche una persona pericolosa, che potrebbe compiere altri gesti simili, ma che il suo posto non sia il carcere, ma una struttura che lo sappia e possa curare e assistere, che possa proteggere lui e gli altri: una Rems, Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza.

“Cazzanti non può stare in carcere”, afferma il suo legale, l’avvocato Fabio Anselmo, anche lui suo malgrado protagonista di uno dei deliri del suo assistito, che ha raccontato allo psichiatra dell’esistenza di alcune ‘voci’ in carcere, sentite solo da lui, sulla sua imminente morte violenta. “Lo Stato – prosegue Anselmo – deve trovare un’adeguata sistemazione per curarlo e metterlo in condizione di non nuocere. E deve anche farsi carico della responsabilità di quanto accaduto alla vittima, Roberto Gregnanini, e di quella di avergli dato in mano una pistola che non avrebbe mai dovuto e potuto detenere: in questa parte d’inchiesta, saremo come e al fianco, dei familiari della vittima”.

“Ci riserviamo di esaminare attentamente l’elaborato anche con i nostri consulenti ed eventualmente svolgeremo in udienza le valutazioni del caso”, è il commento dell’avvocato Simone Bianchi, che assiste la figlia di Gregnanini. L’avvocato Giorgio Bolognesi, che insieme alla collega Rossella Bighi assiste la moglie della vittima, non ha rilasciato dichiarazioni, in attesa di un esame degli atti.

La perizia sarà oggetto di discussione davanti al giudice nell’udienza del prossimo 20 ottobre.

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