Argenta, ai domiciliari l’infermiere indagato per omicidio in ospedale
Non è più in carcere, ma agli arresti domiciliari, il 44enne Matteo Nocera, l'infermiere indagato per la morte sospetta del paziente 83enne Antonio Rivola
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“Sperano di tornare a casa, di ricostruire quello che non c’è più“. C’è la speranza, la voglia di ricominciare e l’idea di un futuro migliore negli occhi di Nataliia, Lisa e Alina, le tre profughe ucraine scappate dall’invasione russa, oggi ospiti alle porte di Ferrara, a casa di Tetyana Tokar e Giovanni Maria Ragazzi, rispettivamente proprietaria e chef del ristorante I Piaceri di Lucrezia.
La coppia nei giorni scorsi è partita in auto verso una delle dogane che segnano il confine tra l’Ungheria e l’Ucraina per portare aiuti umanitari e beni di prima necessità raccolti con l’aiuto di clienti e non solo.
Lì è avvenuto il primo vero contatto con Alina, 27enne fuggita appena in tempo da Kiev insieme al proprio ragazzo e ai genitori di lui, come racconta Tetyana: “L’abbiamo incrociata che stava camminando da sola a bordo strada con il telefono in mano e ci siamo avvicinati. Le abbiamo chiesto se volesse venire in Italia con noi e ci ha detto di sì“.
La sua è una delle tante – troppe – vite completamente stravolte dallo scoppio della guerra: “Era lì perchè dopo un periodo trascorso in affitto in una casa sui monti Carpazi nella speranza che tutto finisse in pochi giorni, la famiglia di lui ha deciso di fare rientro a casa. L’hanno portata alla dogana dove l’abbiamo trovata, anche se inizialmente era titubante perché non voleva lasciare il fidanzato, oggi riservista tra i volontari con un amico a Ivano Frankivs’k. Si sentono ogni giorno, si telefonano nella speranza che tutto vada bene”.
Insieme a lei, sui sedili posteriori dell’auto della famiglia Ragazzi, sedeva anche una madre con i due figli che, una volta arrivata a Ferrara, ha raggiunto Savona grazie all’aiuto di due volontarie ferraresi, che hanno pagato loro l’alloggio per la prima sera, in attesa del transfer per cittadina ligure, organizzato dall’officina Paparella di Quartesana che ha pagato una vettura a noleggio con conducente.
Solo lunedì (14 marzo) invece sono arrivate Nataliia e Lisa, madre e figlia rispettivamente di 45 e 21 anni, legate a Tetyana da un incredibile filo rosso. Entrambe infatti, così come la padrona di casa, provengono da Sumy, una cittadina di oltre 260mila abitanti nel nord-ovest dell’Ucraina, a 20 chilometri dal confine con la Russia e a 180 da Kharkiv, dove infuria la guerra.
“Io e Nataliia – spiega Tetyana – siamo amiche di vecchia data, ma purtroppo ci siamo perse di vista. Una sera mi ha scritto su Facebook e mi ha chiesto se mi ricordassi ancora di lei. Voleva aiuto e da lì ci siamo attivati per darle ospitalità. Lei e la figlia sono partite così in treno da Sumy fino a Leopoli in Polonia. Da lì hanno raggiunto Cracovia per prendere l’aereo. Noi gli abbiamo preparato tutti i documenti e prenotato i biglietti e siamo andati all’aeroporto di Bologna a prenderle. Oggi sono qui con noi“.
Per Nataliia e Lisa non è stato facile lasciare la propria casa: “All’inizio – racconta la madre – non volevamo andare via, anche se la situazione stava diventando critica. C’era paura e inconsapevolezza. Poi una volta avvertito il peggioramento sul confine russo, ci siamo decise. Ormai i carri armati e gli spari sono ovunque. Zelensky? Non ho votato per lui,ma sono orgogliosa per il modo in cui sta organizzando la resistenza. Là sono rimasti i miei genitori e spero che si possa presto tornare per ricostruire la nostra terra”.
Al momento, Lisa lavora in smart working come collaboratrice per una casa editrice, quando non studia per l’università. Così come Alina che è una designer, mentre Nataliia è disoccupata. E a tal proposito, lo chef Giovanni Maria Ragazzi non esclude un impiego tra i tavoli del ristorante: “Se fosse possibile, mi piacerebbe. Purtroppo mi è dispiaciuto che nel momento dell’emergenza vera e propria i cittadini siano stati più reattivi delle istituzioni, anche se devo fare un plauso al personale della questura, bravo professionalmente e umanamente”.
Tutto quindi è legato ai tempi della burocrazia: “A oggi risultano turiste e possono restare qui per tre mesi, ma è arrivata una circolare che amplia l’ospitalità a un anno ed è già un primo passo. Ora bisogna vedere se potranno accedere al mondo del lavoro, che non andrebbe poi così male come opportunità, vista la forte crisi. Se collaboreranno e ognuno in casa farà il suo, come succede in tutte le famiglie, penso che non avremo problemi nel continuare ad ospitarle. Poi se ci fosse una formula in nostro aiuto sarebbe ancora meglio. Non voglio arricchirmi sulle spalle di queste persone e non voglio però nemmeno pensare che la nostra ospitalità debba interrompersi per il denaro“.
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