
Emmanuel Okenwa, noto come Bugi e dj Boogye
“Non lo avevo mai visto prima, ‘Bugi’ mi disse che era in Italia da tanto e che era il capo degli Arobaga e della zona”. Non è stata una testimonianza facile, per via della memoria che scema e delle difficoltà di tradurre dall’italiano all’inglese e viceversa, forse anche di un residuo di paura, quella della donna vittima di un’estorsione da parte di Emmanuel Okenwa, colui che è considerato il capo dei Vikings, il cult della mafia nigeriana che aveva preso il controllo dello spaccio a Ferrara.
È stata lei, coraggiosa parte civile assistita dall’avvocato Enrico Segala, la protagonista dell’udienza di martedì mattina, sottoposta a quasi tre ore d’interrogatorio da parte del pm Roberto Ceroni e delle difese degli imputati. Al termine, lo stesso “Bugi” – difeso dall’avvocato Laura Ferraboschi del Foro di Parma – ha preso la parola per dichiarazioni spontanee in cui ha detto prima di non conoscere la donna, e poi che la stessa vendeva sigarette e alcolici per strada e che lui si era limitato a chiederle e acquistare da fumare.
Non così per l’accusa. Non così per la vittima che ha raccontato i due episodi estorsivi subiti il 29 e il 30 maggio del 2020 nei pressi dell’ex distilleria, in via Modena, dove stava passando con il suo carrellino di abiti e bibite che vendeva per strada ai suoi connazionali per integrare l’aiuto che le dava la Caritas e fornire sostentamento ai suoi familiari nella madrepatria.
Bugi vedendo ‘Mama che vende’ le avrebbe chiesto il pizzo, il pagamento di 600 euro per darle il permesso di continuare quell’attività, pena la minaccia di farla violentare dai suoi uomini. Questione risolta momentaneamente con la consegna di 50 euro e tre birre. Il giorno successivo, stesso posto, stessa ora più o meno (tra le 16 e le 18), Okenwa e suoi avrebbero rivisto la donna e di nuovo il boss le avrebbe chiesto i 600 euro pretesi, percuotendola con una bottiglia alle braccia e al fianco e umiliandola versandole la birra in testa. Alle rimostranze della vittima per un tale atteggiamento, i due scagnozzi di Bugi l’avrebbero presa a schiaffi, rimproverandole il tono irrispettoso col quale si rivolgeva al capo.
La donna avrebbe poi incontrato un connazionale, peraltro facente parte degli Arobaga anche se piuttosto inviso a Okenwa, “Eddy” e gli avrebbe raccontato tutto. “Eddy” – anche lui chiamato a testimoniare, ma si è avvalso della facoltà di non rispondere in quanto imputato in altro procedimento connesso – avrebbe poi incontrato Bugi rimproverandolo, perché la donna era benvoluta da tutti, subendo la reazione violenta di questo: una rapina con pestaggio e sottrazione di 200 euro da parte del boss e due suoi aiutanti avvenuta la notte del 30 maggio.
I due, Eddy e ‘Mama che vende’, il 15 giugno del 2020 sporgeranno denuncia contro Bugi. Non prima perché – ha raccontato la donna – “avevo paura, non parlavo italiano e temevo che la Caritas mi togliesse la protezione perché vendevo vestiti e bibite”. Ad aiutarli fu un terzo soggetto, ‘Austin’, appartenente agli Eiye, che fece da traduttore e che dapprima sconsigliò alla donna di denunciare “perché pensava che avrebbe potuto avere problemi con Bugi, aveva paura che lo venisse a sapere”.
Okenwa, va detto, aveva denunciato lo stesso “Eddy” e altre dieci persone il 1° giugno per rapina anche se il gip, nell’ordinanza di custodia cautelare, ritenne poco credibile il suo racconto, modificato con più versioni contrastanti sui fatti e luoghi.
L’udienza è proseguita con i testi di polizia giudiziaria che hanno parlato di una delle tante risse che hanno costellato lo scontro tra i due cult. Dopodiché il collegio (presidente Sandra Lepore, a latere Alessandra Martinelli e Andrea Migliorelli) ha rinviato al 30 marzo, in quella data deporrà verrà sentito un teste chiave per capire l’organizzazione degli Arobaga.
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