In mutande, ammanettato, con segni di lesioni sulla schiena, sulla scapola sinistra, sul viso: un dente rotto, il labbro spaccato, lividi attorno agli occhi, graffi sulla fronte. È così che un medico del carcere trovò Antonio Colopi il 30 settembre 2017, nella cella della sezione ‘nuovi giunti’.
Lo ha raccontato ieri, giovedì 17 febbraio, testimoniando nel processo che vede imputati due poliziotti penitenziari – il sovrintendente Geremia Casullo e l’assistente capo Massimo Vertuani – e l’infermiera Eva Tonini.
A causa dei suoi comportamenti aggressivi (non nuovi, ha già alcune condanne per questo), ma anche di natura autolesionistica, Colopi era finito sotto osservazione.
Il medico – la dottoressa Giada Sibahi, chiamata a testimoniare dalla pm Isabella Cavallari – lo aveva già visitato il 28 settembre: “Quel giorno era incontenibile”. Situazione diversa le si presentò due giorni dopo, nella visita che fece poco dopo le 9 del mattino. Aprendo lo sportello del blindo vide che aveva vistose lesioni al viso. “Rimasi scioccata per lo stato del volto e per lo sguardo vuoto”, riferisce ai giudici del collegio.
Però non intervenne subito: proseguì il giro nella sezione, poi andò in infermeria e poco dopo le 10 contattò la comandante della Penitenziaria, Annalisa Gadaleta per sapere se lei aveva già visto Colopi e invitarla a fargli visita e vedere in prima persona in che stato versava. Solo dopo, verso le 11 (10.44 in realtà), il medico andrà a fare un visita completa a Colopi, medicandolo. Un comportamento che è stato questionato con forza dalla difesa dei due poliziotti (avvocato Alberto Bova), ma che il medico spiega affermando che nella zona “c’erano Casullo e Vertuani e mi sono sentita intimorita. Mi sono trovata in una situazione che non ci sarebbe dovuta essere, insieme a delle persone che dicevano che avevano dovuto fare quello che avevano fatto per difendersi. Ho finito il giro, sono andata in infermeria, ho respirato, ho fumato una sigaretta e poi ho chiamato la Gadaleta”.
Durante tutta la medicazione “Colopi era ammanettato, le manette gli vennero tolte solo dopo quando chiese di potersi rivestire”. “Era in stato confusionale – dice la dottoressa – era chiuso a guscio, non agitato ma teso”. Secondo la teste, i segni che aveva sulla schiena era dovuti al fatto che Colopi era stato “sbattuto contro qualcosa di liscio che lascia una traccia lineare, erano lesioni da corpo contundente”.
Il medico non dà credito – a posteriori – a un’annotazione firmata dall’infermiera Tonini (difesa dall’avvocato Denis Lovison), che sarebbe stata fatta alle 8 di quel mattino secondo la quale Colopi era agitato e dava testate al blindo. La stessa Tonini le fece cenno solo in seguito a questa circostanza, della quale lei non sapeva nulla, venendo a conoscenza dell’annotazione infermieristica solo a indagini già in corso. “A me non sembra verosimile il racconto della Tonini – dice ai giudici -. [Quel comportamento] non può aver causato tutte quelle lesioni, neppure quelle al volto e alla schiena. E comunque quel giorno Tonini non mi disse nulla”.
Quell’annotazione secondo l’accusa sarebbe falsa e sarebbe stata aggiunta a posteriori per corroborare la versione dei poliziotti poi imputati, ma in udienza né il medico, né il responsabile organizzativo, né l’infermiere del turno successivo hanno dato reale supporto a questa ricostruzione, non avendo visto manipolazioni nel diario, anzi, l’infermiere ha sostenuto, confermando quanto disse agli inquirenti nel 2018, che quando lui montò nel turno pomeridiano l’annotazione era già presente.
Nel corso dell’udienza è arrivata anche una seconda testimonianza importante che sembra gettare una luce diversa sull’unico agente già condannato in abbreviato (con conferma in appello), ovvero Pietro Licari (avvocato Giampaolo Remondi), che ha sempre sostenuto di non essere mai entrato nella cella di Colopi, che pure dice di averlo riconosciuto. Oggi sono due gli agenti che affermano in un’aula di tribunale di essere stati loro, non Licari, a farsi avanti per informarsi se fosse tutto ok, ricevendo risposta affermativa da Casullo, che aveva detto che il detenuto li aveva aggrediti ma che tutto era risolto. Ovviamente se e quale impatto questa circostanza abbia per le sorti processuali di Licari non è possibile stabilirlo qui.
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