La richiesta di riscatto, da pagare in bitcoin, era contenuta in un documento di testo – chiamato classicamente “readme.txt” – con le istruzioni su come fare per ottenere lo sblocco dei file criptati.
È quanto si apprende essere emerso dalle indagini, tuttora in corso, sull’attacco hacker ad alcuni computer di tribunale e procura di Ferrara.
Un attacco che gli inquirenti considerano non mirato ma frutto di una ‘pesca a strascico’: i malintenzionati, nella sostanza, lanciano delle esche a casaccio, solitamente tramite email contenenti allegati infetti, e attaccano i computer esposti. Ovviamente da via Borgo dei Leoni non c’è nessuna intenzione di pagare alcunché a chicchessia.
I computer compromessi – che dovrebbero essere una dozzina in tutto – sono al momento ‘congelati’: i dati personali di lavori di giudici e pm colpiti sono stati criptati e resi illeggibili e, a meno di non trovare software contenenti la chiave di decrittazione, l’unica speranza per recuperali è quella data dall’esistenza di copie di backup.
L’infezione causata dal ransomware continua a creare qualche rallentamento nel lavoro degli uffici, perché i tecnici e gli inquirenti (è attivata la sezione centrale della Polizia postale) stanno lavorando per blocchi e man mano che procede la bonifica riattivano le funzioni. In questo modo si isolano le parti del sistema infette, si evita una eventuale ulteriore propagazione del cryptolocker e si permette un ripristino, seppure parziale, delle funzionalità necessarie agli uffici per proseguire con il proprio lavoro.
Da chiarire ancora l’origine dell’attacco, un lavoro che richiede di ripercorrere a ritroso il cammino del virus informatico, che sarà utile anche per sollevare ulteriori barriere ed evitare che eventualità simili si possano ripetere in futuro.
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