Cronaca
3 Dicembre 2021
Il vertice del Palazzo di giustizia estense assicura sul fatto che l'infezione abbia origine “casuale”. Dopo lo stop parziale ai sistemi, i tecnici stanno ripristinando le funzionalità. Aperto un fascicolo conoscitivo affidato alla Postale

Il trojan in procura e tribunale, il presidente Scati: “Attacco non mirato”

di Daniele Oppo | 2 min

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“Un attacco non mirato, ma casuale”. Il presidente del tribunale di Ferrara, Stefano Scati, assicura che il Palazzo di Giustizia non è finito nel mirino di hacker, anche se ne è rimasto comunque vittima, a questo punto a seguito di una sorta di ‘pesca a strascico’.

La situazione, anche se la tendenza in via Borgo Leoni e in via Mentessi sembra quella a sminuire l’importanza del fatto, si sta man mano normalizzando, ma al mattino di giovedì (2 dicembre) rimane il fatto che i computer colpiti dal ransomware – un cavallo di Troia (trojan horse) crittografico, il programma malevolo che cripta i file e li rende illeggibili – sono inutilizzabili.

I più colpiti, in procura, sono stati i pm Barbara Cavallo, Stefano Longhi e parzialmente Ombretta Volta, mentre i computer degli altri colleghi sono sembrano essere rimasti esenti da ogni attacco.

L’accesso alla rete del tribunale è stato parzialmente ripristinato dopo le attività di bonifica effettuate dai due tecnici del tribunale, ma non tutte le funzioni sono state riattivate.

Per quanto è dato sapere, non è stato chiesto il pagamento di un ‘riscatto’ per ottenere il codice di decriptazione dei file. E forse questo fa propendere per un attacco casuale e non diretto esplicitamente contro il palazzo di giustizia estense, partito probabilmente dall’incauta apertura di un allegato infetto contenuto in un’email e che in pochi minuti si è replicato nella rete di procura e tribunale, bloccando anche parzialmente l’accesso a parti relative all’amministrazione, cancelleria compresa.

“C’è stata una stasi di circa un giorno, un giorno e mezzo”, ammette il presidente Scati, “si spera che con la bonifica si trovi la chiave per riaprire i file”. Una eventualità, quest’ultima, difficile da realizzare a meno che per questo specifico ransomware, di cui non viene detto nulla di più specifico, non esista già un cosiddetto ‘decryptor’. È più probabile che i tecnici, dopo aver ripulito il sistema, vadano a ripristinare i backup (se esistono).

Sul caso è stato aperto un fascicolo, al momento solo conoscitivo, da parte della stessa procura, che ha delegato le indagini alla Polizia postale.

Una questione che meriterebbe attenzione, forse al momento messa in secondo piano, è se l’infezione, oltre ad aver criptato i dati di alcuni computer, abbia o meno prelevato e mandato all’esterno quegli stessi dati o una parte di essi, che sono sensibilissimi visto che riguardano anche indagini in corso, sfruttando le eventuali falle del sistema e le porte rimaste aperte.

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