Politica
27 Novembre 2021
Gli avvocati Anselmo e Gaiani replicano al sindaco dopo la sentenza del Tar: “Vicenda non politica, valutiamo ricorso al Consiglio di Stato e comunque la questione è tutt’altro che definita”

Caso Arquà, la difesa: “Da Fabbri scomposta espressione di ‘scampato pericolo’”

di Daniele Oppo | 3 min

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“La soddisfazione espressa da controparte pubblica appare significativa della scomposta espressione di uno ‘scampato pericolo’”. Non si fa attendere la risposta al sindaco Alan Fabbri da parte degli avvocati Fabio Anselmo e Carlotta Gaiani, difensori di Rossella Arquà, sulla vicenda del ricorso rigettato dal Tar in merito alle dimissioni e alla conseguente surroga.

E non è detto che la questione sia chiusa definitivamente.

“La vicenda delle dimissioni della consigliera Arquà meritava senz’altro di essere sottoposta al vaglio del Giudice Amministrativo, che infatti ha riconosciuto la novità della vicenda controversa e la natura interpretativa della lite”, osservano i legali in una nota. “La questione è squisitamente giuridica e non ha nulla di politico. La sentenza non entra in alcun modo nel merito dei paralleli procedimenti penali pendenti”.

In particolare, specificano Gaiani e Anselmo, “la questione ruota tutta sulle modalità procedurali dettate dall’art. 38 co. 8 del Testo Unico Enti Locali. Una norma di legge che è posta a garanzia di una volontà dimissionaria consapevole e libera e che – testualmente – prevede due sole modalità alternative per rassegnare le dimissioni da consigliere comunale, regole formali rigorosamente dettagliate ‘che hanno lo scopo di garantire l’autenticità e la spontaneità dell’abbandono della carica’, come riconosce anche il Tar”.

I due modi sono la presentazione personale delle dimissioni, assunte immediatamente al protocollo del Comune o le dimissioni presentata tramite una terza persona delegata con atto autenticato (in una data non anteriore a cinque giorni dalla presentazione).

Il caso Arquà rientra in una di queste due fattispecie? Per i giudici amministrativi la risposta è affermativa, perché la Arquà avrebbe presentato personalmente le sue dimissioni al presidente del Consiglio, che di fatto gliele ha preconfezionate e gliele ha fatte firmare fuori dal Comune e poi le ha protocollate.

“Nel caso di specie – rilevano i difensori di Arquà – è indubbio che le dimissioni siano state predisposte da soggetto diverso dalla consigliera dimissionaria (cioè dal Presidente del Consiglio stesso); le dimissioni siano state sottoscritte al di fuori dalla Residenza Municipale, raccolte per strada dove la consigliera è stata raggiunta dal Presidente del Consiglio; le dimissioni siano state materialmente consegnate al protocollo dal sig. Poltronieri e non dalla sig.ra Arquà”.

“Tale modalità di presentazione delle dimissioni è giudicata ‘atipica’ anche dal Tar, che però arriva a salvaguardarne gli effetti, asserendo che il Presidente del Consiglio è figura istituzionale. Il Tar Bologna – sostengono gli avvocati – ha aperto la strada, unicamente in via interpretativa appunto, ad una terza possibilità che non è espressamente contemplata dalla norma, vale a dire le dimissioni per interposta persona, poiché le dimissioni in questo caso sarebbero state consegnate nelle mani del Presidente del Consiglio Comunale. Tale ampliamento in via interpretativa delle modalità di presentazione delle dimissioni però non convince”.

E su questo che si baserà probabilmente il preannunciato e molto probabile ricorso al Consiglio di Stato: “Francamente pare che la modalità di presentazione delle dimissioni sia qualcosa di ben più che ‘atipica’”. Anche perché, rilevano ancora Gaiani e Anselmo, “in altre analoghe situazioni, anche in Comuni vicini (il riferimento è a Cento), in mancanza di delega autenticata per la presentazione al protocollo non sono state ritenute valide le dimissioni presentate al segretario comunale e neppure le dimissioni autenticate dal notaio, e oggi invece è divenuto sufficiente che il Presidente del Consiglio (che sarebbe appunto chiamato a garantire le prerogative dei consiglieri) le prepari lui stesso e le vada a raccogliere per strada dal consigliere non più gradito”.

“Stiamo valutando la possibilità di ricorrere al Consiglio di Stato – concludono gli avvocati -. E comunque la questione è tutt’altro che definita nei suoi molteplici aspetti”.

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