
Rossella Arquà
I metodi usato dal presidente del Consiglio comunale Lorenzo Poltronieri sono stati atipici, ma non irrispettosi della legge. E lo stato di concitazione da parte di Rossella Arquà non rende meno libera la firma apposta al documento in cui presentava le sue dimissioni da consigliera.
Il Tar dell’Emilia-Romagna ha respinto il ricorso presentato da Arquà, assistita dall’avvocata Carlotta Gaiani, per l’annullamento della delibera con la quale il suo posto nell’assemblea cittadina è stato assegnato a Stefano Franchini (la cosiddetta surroga), dopo le sue dimissioni a seguito dello scandalo delle lettere minatorie mandate al suo ex mentore politico, il vicesindaco Nicola Lodi, e pure a sé stessa.
Franchini dunque è stato legittimamente nominato perché le dimissioni della Arquà, seppure in maniera non consueta – essendo state raccolte su un prestampato (pare) sopra i cassonetti all’incrocio tra via Spadari e via Beretta, di fronte alla Poste Centrali – erano comunque idonee a produrre effetto.
“Non risulta che l’esponente abbia firmato la lettera di dimissioni in modo non consapevole (ossia senza conoscere il contenuto dell’atto) – scrivono i giudici della Seconda sezione del Tar -, mentre il dedotto stato di concitazione non esclude la libertà di autodeterminazione né l’assunzione della paternità e responsabilità attraverso la firma apposta”.
“La pur atipica sequenza procedimentale appare nella sostanza rispettosa del dettato normativo e delle garanzie procedimentali ivi racchiuse”, rilevano ancora i giudici e “il Presidente [Poltronieri, ndr) nell’incontro con la ricorrente, ha agito nella sua veste istituzionale anche se si è allontanato dall’edificio comunale, ben potendo ogni carica pubblica essere esercitata fuori sede”. “Tale asserzione è confermata dalla presenza, all’appuntamento, del preposto all’Ufficio Segreteria della Presidenza del Consiglio comunale”, ovvero Giuseppe Milone.
“L’atto di dimissioni è stato sottoscritto personalmente […] e consegnato al Presidente, il quale si è immediatamente recato al protocollo dell’Ente per l’adempimento formale”. Questo è un passaggio fondamentale perché la legge e le successive interpretazioni richiedono che vi sia una sequenza temporale senza soluzione di continuità
Non è una decisione scontata, tanto che il Tar ha deciso di procedere con una sentenza e si è preso del tempo per motivare la decisione. Non è un caso che il collegio ha stabilito di compensare le spese tra le parti, Arquà e Comune (in giudizio con gli avvocati Edoardo Nannetti e Barbara Montini) “per la natura interpretativa e la novità della vicenda controversa”.
La decisione soddisfa ovviamente la maggioranza e il sindaco Alan Fabbri, che passa in modalità attacco: “Questa sentenza pone fine all’inaccettabile tentativo messo in atto dalla ex consigliera e dai suoi legali di rientrare in Consiglio Comunale dopo aver consegnato le dimissioni e dopo aver ammesso fatti gravissimi. È la giusta conclusione per l’ennesima battaglia giudiziaria degli avvocati di area Pd che cercano di ostacolare il nostro operato, facendo solo perdere tempo alla magistratura e denaro pubblico ai cittadini. Chi ha difeso una persona che ha ammesso di aver mandato lettere minatorie ad un membro della giunta ora si renderà finalmente conto di essere caduto in un grave errore”.
“Bene ha fatto il Consiglio Comunale, con i voti della sola maggioranza, a procedere già lo scorso giugno, con la surroga, nonostante gli attacchi partiti dai banchi della minoranza che addirittura lasciò l’aula per protesta disconnettendosi dalla seduta online”, dice ancora Fabbri. “Mi auguro che il Pd e tutta l’opposizione, che hanno sfruttato questa vicenda per tentare di delegittimare l’operato del civico consesso e gettare fango, ancora una volta, sulla nostra amministrazione, faccia ora ammenda e chieda scusa ai ferraresi. Sarebbe stato gravissimo che una persona che ha tradito tanto profondamente il mandato dei cittadini, potesse sedere di nuovo tra gli scranni degli eletti, passando dalla maggioranza all’opposizione, solo con l’obiettivo di creare danno a chi lavora per il bene della città”.
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