Tresignana
6 Marzo 2021
I primi riscontri che emergono dagli esami autoptici sui corpi carbonizzati dei cugini Dario e Riccardo Benazzi sembrano avvallare sempre più l'ipotesi del doppio omicidio

Uccisi con colpi d’arma da fuoco prima di essere bruciati

di Daniele Oppo | 2 min

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Uccisi con colpi d’arma da fuoco. Dopo la tac e l’autopsia sui corpi carbonizzati dei cugini Dario e Riccardo Benazzi sembra  prendere ancora più corpo la pista del doppio omicidio e di una vera e propria esecuzione, magari pianificata.

È una storia a tinte sempre più fosche e tragiche, quella sembra emergere – anche se a fatica e con la necessità di trovare numerose conferme ancora -, dalle indagini e ora dagli accertamenti medico legali: da quanto si apprende, i due corpi presentavano segni compatibili con ferite d’arma da fuoco, forse un fucile da caccia se le borre dei proiettili trovate nei pressi del luogo del delitto sono quelle dell’arma utilizzata dal killer, o dai killer, più di uno come pare altamente probabile vista la complessità di tutta l’azione.

Troverebbero così spiegazione anche le tracce di sangue trovate a 800 metri dalla Volkswagen Polo data alle fiamme (con l’uso di un accelerante) in un campo a Rero e nei cui sedili posteriori erano stati adagiati i due cugini.

Tra le risultanze degli esami autoptici, c’è anche una frattura alla gamba di Dario, in corrispondenza più o meno di dove gli era stato impiantato un chiodo chirurgico dopo il brutto incidente stradale in cui era rimasto coinvolto. Non è chiaro ancora se questa lesione sia riconducibile all’incidente, oppure all’espansione del chiodo dovuta al calore – ipotesi non improbabili – o, ancora, ad atti di violenza fisica.

Gli inquirenti intanto continuano a cercare di ricostruire i contatti dei Benazzi, in particolar modo di Riccardo: fu lui a presentarsi a casa del cugino Dario (la cui famiglia si fa assistere ora dall’avvocato Denis Lovison) domenica e convincerlo a seguirlo nel campo dove doveva sorgere il ‘suo’ impianto eolico innovativo.

Un campo finito all’asta per il fallimento della proprietà e che la società di cui faceva inizialmente parte Benazzi, che lo aveva preso in affitto, aveva già dismesso da tempo e di cui non si era più occupata dopo aver dato esecuzione alla richiesta di sgombero da parte del curatore fallimentare.

In quel campo però era rimasto ancora il bozzolo dell’idea di Benazzi, un traliccio, ed è lì che è finita la sua vita e quella del suo cugino amico.

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