Cronaca
8 Marzo 2019
Le dichiarazioni rese da Feher al processo in Italia: dal percorso per scappare fino al disprezzo per i vecchi sodali

Igor racconta la sua fuga. E sugli ex complici: “Se incontro Pajdek e Ruszo ne metto sottoterra altri due”

di Daniele Oppo | 4 min

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“Dopo il secondo omicidio, era il 20 o 25 maggio”. In questo breve arco temporale inizia davvero la seconda fuga di Norbert Feher, alias Igor Valclavic, quella definitiva dopo aver freddato Valerio Verri e aver quasi ammazzato Marco Ravaglia.

Il percorso della fuga. Lo racconta lui stesso nell’esame reso in videoconforenza dalla Spagna nel processo italiano, a fine gennaio. Va via “con la bicicletta”, mentre tutti lo cercano senza successo nei campi tra le province di Ferrara e Bologna, raggiunge la frontiera “presto, in una settimana”.

Il tracciato è marcato una cartina trovata tra le sue cose dopo l’arresto in Spagna. Il percorso parte da Bologna, poi  “Ferrara, Mantova, Cremona, Piacenza, Alessandria (dove compra un computer usato per comunicare, ndr), Cuneo”, poi esce al “Santuario di Sant’Anna”, tra Col di Tenda e Col della Lombardia, e percorre la Francia (Nizza, Montecarlo, Marsiglia), prima di arrivare al confine dei Pirenei con la Spagna. Per attraversare l’altro confine, quello franco-spagnolo, “ci ho messo 32 giorni”.

Feher – che ci tiene a dire che lui è “ungherese al 100%” e non serbo, anche se in Serbia è nato, nel nord, dove vive la minoranza ungherese – spiega di essersi mosso molto in bicicletta – “quello era costante” – “però ho utilizzato anche altri mezzi”, sia in Italia che tra Francia e Spagna.

Dopo l’omicidio di Budrio – causato secondo il killer dalla reazione inaspettata del bariste Davide Fabbri dal quale doveva riscuotere 10mila euro, conto terzi – Feher racconta di aver aspettato “nella macchia” della Valli tra Ostellato e Portomaggiore, perché “dovevo cambiare macchina”.

Gli amici – dice lui – gli consegnano un Fiat Fiorino il 5-6 aprile (che per l’accusa è stato rubato da lui). Ma quello non va bene, perché è troppo vecchio e non è un’auto “pulita”. E allora si accorda per averne un’altra che aspetta tra l’8 e il 10 aprile, solo che prima incappa nella Polizia provinciale e poi, nella nuova fuga, viene intercettato dai carabinieri mentre ritorna verso Molinella – “perché conosco la zona, il territorio. Ne ho vissuto nel 2005 quando sono arrivato e ne ho lavorato, fino al primo arresto” -, ed è costretto ad abbandonare il vecchio Fiorino bianco, scappando a piedi in un modo non ancora del tutto comprensibile, cambiando i propri piani.

Quel Fiorino è quello che il poliziotto provinciale Marco Ravaglia – che ha a bordo con sé anche la guardia volontaria Valerio Verri – vede mentre è in perlustrazione nell’area del Mezzano l’8 aprile e che insegue. Feher dice di essersi dovuto fermare perché la sua auto era troppo lenta rispetto al mezzo della Provinciale.  Il racconto di quel che è successo dopo è già tristemente noto.

“La natura è casa mia”. Al pm che gli chiede perché dopo gli omicidi in Italia e in Spagna non si sia allontanato dai posti immediatamente dopo i crimini, Feher sembra rispondere, ancora una volta, con una disarmante naturalezza: “E perché devo allontanarmi? La natura è casa mia. No, la natura è casa mia”.

Il rapporto con Pajdek e Ruszo. In tutto il suo racconto, incalzato dalle domande di pm, avvocati e giudice, Feher è sempre molto attento a preservare le identità dei suoi complici e si mostra molto, molto adirato nei confronti dei suoi ex compagni di scorribande a Ferrara: Ivan Pajdek e Patrik Ruszo, due dei tre autori dell’omicidio di Pier Luigi Tartari nel settembre 2015 e che con lui avrebbero eseguito alcune rapine nei mesi precedenti. Feher nega tutto, raccontando di averli abbandonati nel luglio del 2015 perché gli avevano “fregato” dei soldi per “un affare vecchio del 2014, non in Italia”. Di Pajdek – presumibilmente – dice che “era mio amico, un amico vecchio, che dopo ha perso la.. Perché se per lui l’amicizia valeva così poco allora che se ne vada a quel paese! Ecco, semplicemente”.

Ma non è l’amicizia persa a tormentarlo davvero, bensì l’essere tirato in ballo per l’omicidio Tartari e le rapine. Una cosa che non si fa secondo il suo codice: “Adesso stanno dicendo di tutto per guadagnare il rispetto davanti ai detenuti. Adesso tutti e due hanno paura, perché adesso mi vogliono abbandonare la nave, perché sta affondando. Quindi sanno esattamente che io posso affondare completamente la nave, se comincio a parlare. Però ugualmente io ho questo tipo di carattere che non parlo”.

La loro è “semplice montatura, è la loro vendetta, per non aver presentato alle persone normali e giuste, dove loro potevano fare una valangata di soldi! E oggi non sarebbero dentro in carcere”. E ora che lui è definitivamente assicurato alla giustizia “stanno buttando tutto su di me perché il mio caso è molto più pensate di quello loro”.

Ivan Pajdek e Patrik Ruszo hanno violato un patto d’onore con lui, coinvolgendolo, indicando la sua responsabilità: “Esatto. E se li incontro ne metto sottoterra altri due”.

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