La Polisportiva Centese si fa notare a Imola
Si sono svolti a Imola nelle giornate di sabato 27 e domenica 28 giugno 2026 i Campionati Regionali Individuali Juniores e Promesse
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Presa a colpi di martello dalla coinquilina. È quanto accaduto nella mattinata di lunedì 29 giugno in un appartamento al quinto piano di un condominio popolare al civico 119 di via Salvador Allende al Doro, dove una donna di nazionalità nigeriana è stata fermata per tentato omicidio
Un ritorno consacrato dagli applausi dei fedelissimi durante la conferenza stampa all’hotel Carlton, dove un visibilmente commosso Lodi ha lanciato la raccolta firme: “Voglio sapere se i cittadini mi sostengono, se vogliono o no che Lodi torni in giunta”
L'ha avvicinata approfittando della confusione della fuoriuscita del pubblico e l'ha palpeggiata tentando più volte di baciarla. È successo l'altra notte al termine dell'evento “La notte dei format” del Ferrara Summer Festival
Si è presentato come un carabiniere nel tentativo di convincere un anziano a consegnargli del denaro. Di fronte ai dubbi della vittima, però, avrebbe cambiato atteggiamento, spintonandola per impossessarsi della catenina che portava al collo
“I problemi dei coniugi, o ex coniugi, se li risolvono tra loro”. Le parole finali del giudice – appena prima della sentenza – rendono forse al meglio l’idea del calvario fatto passare a una ragazza di 26 anni, che per più di quattro anni ha dovuto convivere con una terribile accusa: quella di detenzione di materiale pedopornografico.
I fatti partono formalmente nel settembre 2013, quando la madre di un ragazzo allora undicenne denuncia l’imputata ai carabinieri: un mese prima, all’interno di un bar di provincia, avrebbe mostrato sul proprio cellulare la foto di suo figlio, ritratto nudo in una posizione in cui si potevano vedere il sedere e parte dei genitali. Tra gli astanti, oltre a qualche avventore, anche la madre stessa del giovane e il nonno materno. Quella foto, dice l’accusa, attribuendo le parole alla ragazza, proveniva dal padre del bambino.
Le indagini da parte della Dda di Bologna, competente per materia, partono molto più tardi, nel giugno 2014. Viene prelevato il cellulare della giovane, che ne consegna anche un altro. Gli inquirenti cercano la foto, estraggono quasi 24mila file dagli smartphone, tanti da riempire quattro Dvd. Nessuno di questi ritrae il bambino in atteggiamenti sconvenienti, in nessuno di questi risulta materiale in altro modo compromettente e in grado di suffragare, magari indirettamente, la pesante accusa. Rimangono solo le testimonianze: quella dalla madre, del nonno materno e di un terzo soggetto che affermano di aver visto la foto, anche se parzialmente contraddicendosi: c’è chi dice si vedesse il volto, c’è chi dice che non fosse visibile; quelle di chi nega tutto nella maniera più assoluta, ovvero altri avventori e la barista.
Già la barista. Ovvero l’amante all’epoca del padre del bambino e sua attuale compagna, nonché amica dell’imputata. E, forse, era la loro relazione il vero obiettivo di un’accusa così infamante, che ha colpito una terza persona estranea.
Lei avrebbe ricevuto la foto dal padre dell’undicenne, scattata nella casa dei nonni paterni. Ma la madre, che al tempo viveva ancora col suo compagno, anziché farsi consegnare la foto direttamente da lui, o prelevarla in qualche modo dal suo cellulare per avere la prova diretta direttamente dalla fonte, aspetta un mese prima di presentare la denuncia.
La procura di Bologna chiede l’archiviazione, ma la difesa della parte civile (avvocato Enrico Zambardi) presenta opposizione e si finisce davanti al giudice Luca Marini del tribunale di Ferrara. L’imputata sceglie il rito abbreviato.
Procura e parte civile ammettono che non esiste la prova materiale, ma sostengono che ci siano testimonianze a supporto e che siano sufficienti per sostenere la condanna. Lamentano velatamente la scarsità e il ritardo delle indagini, provano a instillare il dubbio che l’imputata abbia avuto tutto il tempo di cancellare la foto, perfino di cambiare di telefono cellulare. Eppure, rileva di contro la difesa (avvocato Kethy Bracchi), è stata lei stessa a consegnare di sua sponte due telefoni diversi, entrambi intestati a lei; i rilievi tecnici hanno recuperato anche alcuni file cancellati tra quelli indiscutibilmente appartenenti alla 26enne, niente lascia presupporre che quella o altre foto vietate siano mai passate per quei dispositivi e il fatto che abbia cambiato smartphone nel frattempo è una pura illazione non dimostrata; la denuncia per un fatto così grave è arrivata solo un mese dopo, la madre del bambino non si è nemmeno premurata di farsi consegnare la foto dal compagno – ovvero dal presunto autore dello scatto -; le testimonianze sfavorevoli all’imputata sono discordanti tra loro; la Dda di Bologna aveva già chiesto l’archiviazione.
Insomma, quanto basta almeno per sollevare il ragionevole dubbio. Più che ragionevole per il giudice che decide in pochi istanti: assolta perché il fatto non sussiste.
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