Attualità
2 Ottobre 2017
Christian Raimo e Girolamo De Michele tra disuguaglianza sociale e fallimenti dell’educazione

“Con la Buona Scuola il governo ha perso l’appellativo di ‘sinistra’”

di Redazione | 3 min

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di Silvia Franzoni

La mobilitazione di insegnanti e studenti contro la riforma della Buona Scuola si è dissolta. Quella che era nata come riflessione sulla democrazia piuttosto che come rivendicazione sindacale si è sfarinata, senza riuscire a creare una massa critica.

Cosa resta? Una militanza in capo a pochissimi e un Governo “che proprio con la Buona Scuola ha perso l’appellativo di ‘sinistra”, spiega Christian Raimo. Ora l’uguaglianza, in una involuzione orwelliana, “non è più un valore”.

Christian Raimo – giornalista, scrittore e insegnante italiano – è ad Internazionale a Ferrara per una serie di incontri su scuola ed educazione. Domenica mattina è però suo il libro di cui si parla, e lo si fa tra i corridoi del Chiostro di San Paolo con l’insegnante e scrittore Girolamo De Michele.

‘Tutti i banchi sono uguali’, avrebbe potuto essere “una sola lunga bibliografia”, spiega, ma è invece un susseguirsi di capitoli che indagano la scuola dati alla mano. La devozione ai dati – “non si può pensare di fare un lavoro politico sull’educazione partendo da supposizioni” – la deve al linguista Tullio De Mauro, “un grande maestro”, venuto a mancare ad inizio anno. E allora si lascino parlare i dati.

Il 53% è la porzione di quanti, con genitori non laureati, non finiscono l’obbligo formativo. Il 14,7% segna il dato sulla dispersione scolastica: “Che è una media, perché nelle periferie e in certe Regioni si arriva al 25-30%”, spiega Raimo. Lo 0,88%, la quota di studenti che non finisce la scuola media: significa uno su cento.

Il 25,7%, la percentuale di giovani tra i 18 e i 29 anni – i cosiddetti neet – che non studiano, non lavorano e non sono impegnati nella formazione. Il 40%, la differenza riguardo al successo formativo che ha uno studente che sceglie un liceo rispetto ad un istituto tecnico, “una scuola pensata di serie B”. Uno su tre: sono gli studenti – iscritti soprattutto ai tecnici – che sceglierebbero un’altra scuola.

“I professori hanno introiettato l’idea che prima si dividono gli studenti tra sommersi e salvati meglio è”. È quello che succede alla fine della terza media, quando i ragazzi e le loro famiglie sono chiamati a scegliere del loro futuro: “Uno sliding doors del classismo della società italiana, qui la scuola è alla sua più grande sconfitta”, continua a spiegare Raimo. Il Ministero ordina solo i tempi di un “terrorismo dell’urgenza che è un paradosso in una società in cui le aspettative di vita sono sempre più lunghe”. E poi dei paradossi c’è il re: “Insegniamo diritti e cittadinanza a 800.000 studenti nati in Italia ma che non hanno cittadinanza, né diritti”.

“Se si nasce da genitori notai o ingegneri, nel 60% dei casi i figli aggiungeranno ‘E figli’ alla targa del padre. L’Italia ha una rigidità sociale che è seconda solo alla Gran Bretagna”, spiega De Giorolamo. I banchi sono tutti uguali, ma dietro ai banchi la forbice della disuguaglianza è sempre più ampia e l’istituzione scuola è chiamata ad una scelta: “Combatterla o farsi complice”.

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