Attualità
13 Dicembre 2016
È nato Micheal. Joy: “Non gli dirò cosa successe quel giorno”

Il figlio delle barricate

di Marco Zavagli | 4 min

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unnamed-8Aveva detto che se fosse nato maschio l’avrebbe chiamato Micheal. E così è stato. Joy Andrew, la ragazza di 20 anni che era incinta all’ottavo mese quando venne respinta insieme alle sue undici compagne di viaggio dalle barricate di Gorino, ha dato alla luce il figlio che teneva in grembo quando ha attraversato il Mediterraneo.

Ieri notte, attorno alle 2, Joy ha dato alla luce il figlio con cui ha attraversato il Mediterraneo. E a una buona notizia se n’è aggiunta un’altra. “Sabato ho sentito il mio compagno al telefono, dopo un mese e mezzo che non avevo notizie di lui”. Lamin Dampha ha attraversato mezzo Continente nero con Joy. Dal Benin, dove vivevano al confine con la Nigeria, hanno raggiunto la Libia e da lì, dopo rapine, umiliazioni e rischi per la loro incolumità, hanno provato a imbarcarsi. “A me hanno dato la precedenza perché ero incinta; lui l’ho visto sparire in mezzo ai tanti corpi che si affollavano attorno ai barconi. E da allora, era il 19 ottobre, non avevo più saputo niente di lui. Presto ci raggiungerà qui”.

Ora che la sua famiglia sta per riunirsi in un luogo sicuro, è inevitabile per Joy correre con la mente a quel 24 ottobre, quando dopo aver scampato alle acque del mare si è sentita crollare il mondo addosso. “Non dimenticherò quel giorno. Mi rifiutavo di credere che qualcuno ci volesse cacciare anche da qui. Ero triste, infastidita. Ma non ci voglio più pensare”. Eppure Joy, così come le altre dodici donne suquella corriera della speranza, non si rese subito conto di cosa fosse successo: “per i primi due giorni non capivamo cosa stesse accadendo attorno a noi, poi sono arrivati i giornalisti, le tv, quasi fossimo delle star. Io non credo che quelle persone che ci hanno cacciato siano razziste; credo non sapessero cosa abbiamo passato”.

Cosa ha passato Joy? “Mio padre mi limitava in tutto, perché lui, animista, non vedeva di buon occhio la mia religione cristiana e non voleva che sposassi il mio compagno”. E quando ha saputo che era incinta “ha minacciato me e il mio bambino. E così sono fuggita con il mio compagno”.

Prima la fuga, poi tra tante perizie tra cui anche una rapina subita. La lunga attraversata. Fino alla meta.

Che non è stata l’ostello di Gorino. Quella notte Joy è stata accolta dall’associazione Viale K insieme ad altre tre compagne di viaggio. “A loro quattro si sono aggiunte alcune ospiti che erano qui già da un po’ e l’hanno coccolata tutto il tempo – sorride Raffaele Rinaldi, responsabile dell’associazione -. La prima notte, quando la corriera si trovò a deviare il percorso, dormirono nella casa di riposo di via Ripagrande dell’Asp e non riuscirono a chiudere occhio tutta la notte per via dei rumori e delle urla degli anziani. Ora vivono nella nostra struttura in mura di Porta Po”. Qui, al piano superiore, ci sono gli appartamenti e le sale che “comprendono lo spazio comune di aggregazione e presto dovrebbero far posto anche a dei piccoli laboratori”. Uno di questi potrebbe diventare un centro di ‘arte del capello’. “Il mio compagno – riprende Joy -in patria faceva l’hair designer e qui potrebbe continuare il suo mestiere”. “Da loro – spiega Rinaldi – quella del parrucchiere è una vera e propria arte. Ci sono acconciature che richiedono anche un giorno intero di tempo per essere terminate e allora la ‘bottega’ del parrucchiere diventa un luogo dove si chiacchiera, si mangia e si sta insieme”.

Nell’attesa dell’arrivo di Lamin, la madre si coccola con lo sguardo Michael. Il parto è andato bene, lui pesa quasi tre chili e ha già mangiato. Lei è spossata, rimane a letto e guarda verso la finestra. “Fog?”, scuote la testa. Non aveva mai visto la nebbia prima. Poi torna a posare lo sguardo su Michael. “A lui non racconterò cosa è successo, non voglio che cresca con il sentimento di chi si sente rifiutato; per lui voglio il miglior futuro possibile, me lo immagino dottore; è un bel mestiere, fai del bene agli altri”. E lei? “Vorrei rimanere qui con Lamin e Micheal per il resto della mia vita. Per prima cosa imparerò l’italiano, poi cercherò un lavoro che mi dia un po’ di sicurezza. In patria studiavo Business administration, ma mio padre mi ha costretto ad abbandonare gli studi. Mi piacerebbe poterli riprendere”.

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