Si conclude con una condanna a due anni di reclusione (con la condizionale) il processo a carico di un uomo di 45 anni, accusato dalla ex moglie per maltrattamenti in famiglia.
Il giudice Luca Marini ha dato ragione alla tesi della procura e della donna – costituitasi parte civile tramite l’avvocato Sara Bruno – che ha denunciato l’ex compagno per alcuni episodi di violenza nei suoi confronti e anche dei figli.
I maltrattamenti verso la donna – ‘solo’ tre episodi in un arco temporale che va dal 1997 al 2013 secondo la difesa, molti di più e continui per l’accusa – sono stati raccontati nelle scorse udienze dai vari testimoni che, oltre al racconto della vittima, sono stati la prova di tali avvenimenti: alcuni per avervi assistito direttamente, altri per aver ‘raccolto’ la versione della donna in un rapporto di amicizia molto stretto.
Un processo complicato anche dal fatto che in mezzo sono finiti anche i figli della coppia, verso i quali l’uomo – difeso dall’avvocato Piero Giubelli – avrebbe tenuto comportamenti aggressivi (venne anche sospeso dagli oneri famigliari dal Tribunale dei minori di Bologna).
A rendere il quadro difficilmente decifrabile dall’esterno c’è anche il fatto che il perito del tribunale ha escluso che i figli minori potessero essere sentiti come testimoni (l’unico che ha testimoniato, essendo divenuto nel frattempo maggiorenne, è stato molto severo nei confronti del padre). Qui divergono anche le letture della relazione peritale da parte degli avvocati: per il difensore dell’imputato il perito avrebbe consigliato tale scelta perché le loro parole avrebbero potuto essere ‘contaminate’ dal fatto che siano stati trattati da subito come vittime dagli assistenti sociali. Per la parte civile invece quella relazione evidenzia lo stato di trauma per dei bambini. Nel corso del processo però è stata sentita una psicologa che ha lavorato con i bambini e che ha evidenziato il loro stato di malessere per la situazione vissuta, rilevando indici abbastanza elevati di depressione e di sindrome post-traumatica da stress.
Per il difensore le violenze raccontate nei confronti dei figli sarebbero più da inquadrarsi in “un metodo educativo superato, ma non come maltrattamenti”. Sicura la proposizione dell’appello una volta uscite le motivazioni della sentenza, previste tra 90 giorni.
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