Bondeno
4 Febbraio 2016
Alla Sala 2000 ripercorsi gli anni della "storia dimenticata"

Foibe, il ricordo a Bondeno. Spazzali: “Autodifesa è dovere”

di Redazione | 4 min

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Foibe Serata Bondeno 1Bondeno. Dall’armistizio del 1943 al secondo Dopoguerra, gli anni della “storia dimenticata” delle foibe. Di questo si è parlato in Sala2000, a Bondeno, a pochi giorni dal giorno del ricordo, che cade il 10 febbraio.
Al tavolo Roberto Spazzali, direttore dell’Istituto regionale per la storia del Movimento di Liberazione nel Friuli Venezia Giulia di Triest e e Flavio Rabar, presidente del comitato provinciale di Ferrara dell’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. Oggi la delegazione di storici e testimoni di quel tempo ha incontrato gli studenti delle scuole superiori alla sala del centro Maria Regina della Pace. L’iniziativa è stata promossa dalla “Polisportiva Chi gioca alzi la mano”, del presidente Augusto Pareschi, col contributo di “Beati… Chi?”, rappresentata da Stefano e Romano Gamberini e il patrocinio del Comune. Spazzali e Rabar hanno ripercorso gli anni drammatici dell’esodo istriano, fiumano e dalmata. Ad aprire la serata il vicesindaco Simone Saletti, che ha denunciato il “silenzio di oltre mezzo secolo attorno alla verità storica delle foibe” e il consigliere regionale Marcella Zappaterra, che ha ricordato come l’iniziativa di Bondeno si collochi nel percorso di Concittadini, progetto della Regione Emilia Romagna nato per favorire il contatto tra cittadini e istituzioni e tra Regione e istituzioni locali, su temi della partecipazione, della democrazia, delle regole.
Al termine spazio al dibattito. Ieri sera, di fronte alla domanda, giunta dal pubblico, su eventuali parallelismi tra l’esodo di allora e i flussi migratori di og gi, Spazzali ha risposto: “Nel mare di gente che oggi arriva nel nostro Paese c’è un numero cospicuo di giovanotti che, mi pare, accettino di andarsene dalla propria terra al primo ‘bau’. Mi chiedo il perché di questa inerzia. Perché non organizzare una difesa sul territorio da parte di soggetti autoctoni? Chi se ne va nelle condizioni di oggi che tipo di rapporto ha con la sua terra d’origine? Gli esuli istriani, fiumani e dalmati furono costretti ad andare via perché non erano stati messi nelle condizioni di difendere la loro terra, anche perché il Partito Comunista di allora, in Italia, guardava ai comunisti jugoslavi con riguardo. Ricordo che la storia d’Europa è una storia di orrori, ma in passato l’Europa ha saputo difendersi. E da questa difesa ne sono nati i grandi movimenti di Resistenza ”.
Foibe Serata Bondeno 2Spazzali ha poi aggiunto: “Guardo al 1949, quando l’allora governo italiano aveva organizzato l’esodo da quelle terre. Nei conti – di miliardi di lire – si registrò un semplice sbilancio di 10mila lire. Tutti i prefetti consegnarono i conti perfettamente a posto. Questo accadde perché non c’erano iniziative a fini di lucro. Oggi c’è una carità pelosa, c’è chi lucra, specula, sulla pelle di disgraziati. E questo è l’aspetto più immondo. Tutto sommato, oggi, accogliere è anche un ‘buon affare’. Questa è una responsabilità dei nostri politici. Così come responsabilità loro è anche la questione del vicino Oriente. Non si fanno buoni affari in Iran, chiudendo tre occhi sui diritti civili. Ci vuole la schiena dritta”. Quanto al titolo onorifico di cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana che Tito conserva dal 1969 (tema sollecitato dallo stesso vicesindaco Saletti), Spazzali ha commentato: “Sono per il mantenimento della memoria storica, ma a quel titolo metterei un asterisco, per ricordare che alle volte la politica sbaglia elargendo premi a persone assai discutibili. Dobbiamo ricordare che Tito fu ‘adorato’ dalla sinistra – marxista e non – dell’allora Partito comunista italiano, era visto come la terza via del socialismo, ma non si rendevano conto della miseria in cui versava la Jugoslavia”.
Sui temi dell’accoglienza è int ervenuto anche Rabar, i cui genitori furono esuli da Fiume nel gennaio 1947. Ha ricordato che i profughi di allora giunsero in un’Italia sconfitta. “I campi furono 109 da Bolzano a Siracusa. Anche a Ferrara ce ne fu uno, in via Romei, dove oggi ha sede l’istituto alberghiero”. Rabar ha raccontato che all’interno degli allora campi profughi i tempi erano contingentati e la disciplina era ferrea (“sveglia alle 7, alle 7,30 colazione, alle 23 silenzio”). “Eravamo controllati dalla polizia, e al terzo ammonimento si veniva espulsi. Tutti gli ospiti erano tenuti a provvedere alla vita stessa del campo”. “Con la mia famiglia fummo poi spostati a Pontelagoscuro, in baracche di legno, senza acqua corrente, con latrine come ‘servizi’ igienici, condivise con un’altra famiglia”. “L’accoglienza non fu certo delle migliori”.
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