Lagosanto
11 Gennaio 2016
La struttura di Lagosanto è uno dei nove centri in regione dove si verificano meno di 500 parti all'anno destinati alla chiusura

Partorire al Delta è più rischioso?

di Daniele Oppo | 5 min

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Immagine di repertorio

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Lagosanto. Dopo i recenti e temporalmente concentrati casi di decessi a seguito di parto verificatisi lungo la Penisola riemerge la questione della sicurezza delle strutture sanitarie adibite alle nascite, soprattutto per quelle più piccole come l’ospedale del Delta.

La struttura di Lagosanto è uno dei nove centri in regione dove si verificano meno di 500 parti all’anno e dunque il suo punto nascite è tra quelli che il ministero vuole chiudere nel più breve tempo possibile perché considerati più rischiosi.

Questo perché tali punti sono considerati quelli dove il rischio di complicazioni durante il parto sarebbe più alto rispetto ai centri che accolgono un numero molto superiore – più del doppio è la soglia di ‘sicurezza’ – di nuovi nati. L’ospedale del Delta, in un recente Dossier del Comitato percorso nascite nazionale del Ministero delle salute, ripreso da poco dal quotidiano La Stampa, è tra i 98 centri in Italia considerati a rischio per questioni statistiche e perché in tali luoghi non viene garantita 24 ore su 24 la presenza di ostetriche, ginecologi, pediatri ed anestesisti.

La struttura di Valle Oppio, dal 2010 al 2012 ha fatto nascere sempre più di 500 bambini (ma sempre meno di 600). Nel 2013 – per vari fattori, incluso probabilmente il calo globale di natalità e la ‘spinta’ verso l’ospedale di Cona – i numeri hanno iniziato a scendere drasticamente: prima 361, poi, nel 2014, 311. Troppo pochi per essere adeguati agli obiettivi di sicurezza dell’accordo Stato-Regioni di ben sei anni fa, che prevedeva la chiusura dei centri con meno di 500 parti e la razionalizzazione di tutti gli altri che non arrivano ai mille parti all’anno (tra i quali c’è anche quello di Cento).

Il destino del punto nascite del Delta sembra dunque segnato, il ministro Beatrice Lorenzin ha recentemente rimarcato la necessità di chiudere centri simili e indicazioni in tal senso sono d’altronde già state date dalla Regione molti mesi fa. Ma non è detto che partorire al Delta comporti un aumento di rischio in senso assoluto. Tale rischio, molto legato alla statistica che individua una certa concentrazione di eventi avversi nei piccoli centri rispetto a quelli con un volume maggiore di interventi, è infatti di difficile lettura. L’analisi dei fattori – spiega il rapporto Cedap 2014 (Certificato di assistenza al parto) – è complicata perché risulta difficile “la definizione di indicatori utili a rispondere al quesito su quale sia il rapporto ottimale tra volume di attività del punto nascita (numero parti/anno) e qualità dell’assistenza (care). La difficoltà è in parte determinata dal fatto che: stante la relativa rarità degli esiti (es.: mortalità materna, nati-mortalità, mortalità neonatale) la maggior parte degli studi utilizza indicatori di processo la cui registrazione presenta problemi di qualità e di misinterpretazione; la maggior parte degli studi analizza i dati di popolazioni ad alto rischio (nati di peso molto basso o grave prematurità) per le quali è evidente il vantaggio di nascere in centri caratterizzati da migliori risorse umane (competenza ed esperienza) e tecniche; raramente sono fornite sufficienti informazioni sulle modalità di selezione delle gravidanze assistite nei Centri che effettuano un basso numero di parti/anno nonché sulla qualità del modello di regionalizzazione dell’assistenza perinatale, in particolare su come funzioni non solo il trasferimento in utero, ma anche la consulenza tra centri Spoke e centri Hub”.

Sempre secondo il Cedap, la fotografia della situazione regionale nel 2014 è questa (la riportiamo integralmente dal dossier): i punti nascita con meno di 1000 parti/anno, indicato nell’accordo Stato- Regioni del 16 dicembre 2010 come volume minimo di attività degli ospedali di primo livello, sono 17 e hanno assistito il 23,1% dei parti (il corrispondente dato nazionale è stato, nel 2011, 38,2%). I 9 centri che nel 2014 hanno assistito meno di 500 parti/anno (solo in 4 dei quali si registrano più di 300 parti/anno) hanno contribuito con il 6,0% al totale dei parti avvenuti presso un Istituto di cura (il dato nazionale 2011 era 9,5%). La quota di parti in questa categoria di Centri era del 3,6% nel 2010; l’incremento osservato nell’ultimo quinquennio (dal 3,6% al 6,0%) è ascrivibile al numero maggiore di Centri che sono entrati in questa categoria di punti nascita (da 6 nel 2010 a 9 nel 2014) come conseguenza della riduzione (-12,1%) del numero di parti registratasi in regione. In particolare, in questi 9 Centri il calo è stato del 37,1% dei parti. Otto centri hanno assistito tra 500-999 parti/anno registrando il 17,1% dei parti. Nel 2010 i punti nascita che rientravano in questa categoria erano 10 con il 18,3% dei parti. Anche in questi centri si osserva una riduzione complessiva del numero di parti pari a 11,6% nell’ultimo quinquennio. I 4 punti nascita con un volume di attività superiore a 1000 parti/anno hanno assistito 15,5% dei parti (nel 2010, rientravano in questa categoria 6 centri che assistevano il 19,4% dei parti). Nei 9 centri Hub, invariati nell’ultimo quinquennio, il calo dei parti è stato inferiore (-8,1%) a quanto registrato negli Spoke e la frequenza di parti assistiti è aumentata (58,5% nel 2010; 61,1% nel 2014)”.

Infine, anche per spiegare la riduzione delle attività a Lagosanto, è interessante quanto viene osservato in seguito, e cioè “una riduzione del numero di nascite contestuale a una loro centralizzazione nei punti nascita che presentano maggiori volumi di attività”. Questo potrebbe indicare come la funzione attrattiva del polo di Cona abbia man mano ridotto le capacità, e forse anche il grado di sicurezza, del Delta.

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