Piovono le accuse reciproche tra gli imputati nel processo sulla morte di Ennio Accorsi, il motociclista di Mirabello che perse la vita sul raccordo Ferrara-Comacchio, a poche centinaia di metri dal casello di Ferrara Sud, dopo essersi scontrato con un’automobile ferma sulla corsia di marcia, per poi essere investito da un’altro mezzo che sopraggiungeva da dietro.
Un incidente dalle dinamiche tragiche quanto assurde: l’automobile ferma risultò infatti essere stata rubata pochi giorni prima a Bologna, e nell’ora precedente giunsero al 113 almeno 15 telefonate di guidatori che segnalavano un uomo impegnato a spingere il mezzo lungo la superstrada. Ma nessun mezzo di soccorso arrivò sul posto per verificare cosa stesse accadendo.
E infatti tra gli imputati del processo non compare solo la persona che quel giorno era impegnato a spingere l’automobile rubata (il 50enne Sergio Bonora, accusato anche di ricettazione), ma anche le persone che secondo la procura dovevano garantire la sicurezza della strada: gli agenti della polizia stradale Gabriele Carlini e Marco Barbieri e il dipendente della Società Autostrade Giovanni De Luca. Più defilato, con l’accusa di favoreggiamento e rivelazione di atti d’ufficio, il suo superiore Mirko Nanni, che avrebbe messo al corrente De Luca dei dettagli dell’indagine. Coinvolti nel processo anche il Ministero dell’Interno, la Società Autostrade Spa (per l’operato dei propri dipendenti), il Fondo di Garanzia per le Vittime sulla Strada (in quanto l’automobile ferma non era assicurata) e i familiari di Accorsi, costituiti parte civile attraverso l’avvocato Giampaolo Remondi.
L’udienza di ieri era tra le più importanti dell’intero processo e prevedeva l’esame di tutti gli imputati. Che però, come premesso, si sono di fatto accusati reciprocamente per quanto accaduto. Unica eccezione proprio il principale indiziato, Bonora, che non solo ha confermato la ricostruzione della procura (ovvero di aver spinto l’automobile rimasta in panne lungo la corsia destra della ‘superstrada’, per poi abbandonarla in cerca di carburante), ma anche di essere l’autore del furto del mezzo e che quel giorno era di ritorno da Bologna, dove era andato a comprare della cocaina.
Decisamente più complicato ricostruire cosa accadde tra polizia stradale e Società Autostrade, viste le versioni totalmente discordanti dei protagonisti: secondo Carlini la polstrada non era al corrente che le segnalazioni pervenute alla centrale erano relative allo stesso mezzo, visto che erano riferiti a diversi tratti (seppur vicini) della strada. Il suo collega Barbieri non ha voluto sottoporsi all’esame in aula e ha preferito rilasciare dichiarazioni spontanee, secondo cui dopo aver ricevuto le segnalazioni avrebbe contattato la Società Autostrade, e nello specifico De Luca, da cui avrebbe ricevuto garanzia dell’arrivo di un mezzo di pronta manutenzione.
Affermazioni negate con forza dallo stesso De Luca, che secondo la pm Barbara Cavallo quel giorno avrebbe fermato gli operatori dei mezzi di soccorso spiegando loro che sul posto si sarebbe recata la polizia stradale. Cosa accadde veramente? Un giallo che i dirigenti di Polstrada e Società Autostrade cercarono di risolvere facendo redigere una serie di relazioni proprio dagli attuali imputati, e a questo punto entra in gioco Nanni, che secondo la procura avrebbe rivelato il contenuto della relazione degli agenti al proprio dipendente De Luca ed è quindi chiamato a rispondere di favoreggiamento. Un’accusa supportata dalla procura anche da uno scambio di e-mail in cui il dipendente si mostrerebbe a conoscenza della versione della polizia stradale.
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