Non sono solo i sindacati ferraresi e i dipendenti del petrolchimico a nutrire preoccupazione per la svolta ‘oil & gas’ di Eni, sempre più intenzionata a indirizzare gli investimenti del colosso italiano nel settore dell’estrazione di idrocarburi, a discapito dei suoi rami specializzati nell’industria chimica e della raffinazione. A riprendere i concetti già espressi durante le ultime settimane dalla Cgil ferrarese è infatti il consigliere regionale del Pd Gianni Bessi, che in un lungo intervento apparso sull’inserto Economia e Finanza de Il Messaggero si lascia andare a una riflessione dai toni allarmanti. “Quanto dichiarato dalla presidente di Eni – afferma Bessi -, Emma Marcegaglia, cioè che «il futuro di Eni sarà sempre più quello di una oil&gas company, con la riduzione di chimica e raffinazione» mi ha colpito. Sono certo che la presidente di Eni non ha fatto questa affermazione a cuor leggero, ma ugualmente mi pare che il disimpegno della più grande industria italiana da un settore strategico come la chimica sia una mossa che deve fare discutere – almeno chiunque si interessi con passione di economia e della ‘dimenticata’ ‘politica industriale’”.
Bessi sottolinea l’importanza e la presenza della chimica nella vita quotidiana delle persone, “perché è ‘con noi’ in ogni momento della giornata, da quando saliamo in auto o utilizziamo qualche utensile in cucina o quando facciamo un regalo a nostro figlio”. Ma nonostante ciò, scrive il consigliere regionale, “il settore chimico sta subendo da alcuni anni campagne ostili, il cui contenuto è riassumibile in un generico ‘la chimica non è un’attività sostenibile, anzi produce pericoli per la salute’. Eppure non esiste nessun altro comparto produttivo che abbia investito così tanto in innovazione e ricerca, puntando a sviluppare nuovi prodotti ma anche processi produttivi più sostenibili. In questo momento di difficoltà sarebbe utile riaprire un confronto sulla chimica italiana, soppesando con attenzione gli aspetti positivi e quelli negativi. E senza dimenticare che un’economia ‘matura’ come quella italiana non può fare a meno di una presenza forte nei settori industriali più importanti”.
L’Italia insomma, secondo Bessi, non può rinunciare a un settore chimico competitivo, e il consigliere cita le importanti cifre relative alla produzione e ai profitti del petrolchimico di Ravenna e del ‘quadrilatero padano’ di cui anche Ferrara fa parte. “L’impatto sull’economia locale è considerevole”, scrive Bessi, che invita a non dimenticare anche le cifre dell’indotto che ruota attorno agli approvvigionamenti e ai servizi di cui gli stabilimenti necessitano quotidianamente. In ballo insomma non ci sono ‘solo’ i posti di lavoro delle aziende chimiche, ma cifre che possono raggiungere addirittura il triplo rispetto alle sole assunzioni del petrolchimico. “In tutta Italia – scrive inoltre il consigliere regionale – il valore della produzione del settore è di 54,3 miliardi, il che significa il 10 per cento della produzione totale europea. Siamo, in sostanza, il terzo produttore nel settore chimico del continente. In questo momento, se Eni si disimpegnasse nel settore si verificherebbe in primo luogo una ripercussione pesante sull’occupazione e sulle economie dei territori: ci troveremmo a fronteggiare un processo di deindustrializzazione da cui sarebbe molto complicato per non dire impossibile tornare indietro. E la perdita sarebbe ingente non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello scientifico, perché la chimica, grazie a una solida attività di ricerca, produce conoscenza che rende disponibile sotto forma di tecnologie e prodotti di uso quotidiano. A cominciare da quelli, per capirci, che contribuiscono al benessere e alla qualità della vita”. Un ragionamento che Bessi conclude con una semplice e provocatoria domanda: “Può esistere una ‘chimica italiana’ senza Eni?”.