Cento
1 Maggio 2015
I giudici della Corte di Appello ricostruiscono la vicenda nelle motivazioni: dal tentativo di salvare la maggioranza alle minacce alla rivale politica

Condanna Tuzet: “Non prenderla come corruzione, che forse un po’ lo è”

di Ruggero Veronese | 3 min

tuzetCento. “L’appellata sentenza deve essere confermata quanto alla ricostruzione dei fatti”. Sono perentorie le motivazioni della sentenza di condanna in appello per Flavio Tuzet, l’ex sindaco di Cento ritenuto colpevole di minacce e istigazione alla corruzione in seguito ai suoi tentativi di salvare la propria maggioranza in consiglio, nell’aprile del 2008. I giudici della Corte di Appello di Bologna non hanno cambiato nemmeno una virgola nella sentenza emessa nel 2011 dal tribunale di Ferrara, confermando durata della pena (due anni e un mese) e risarcimenti alle parte civili (20mila euro in totale), che godranno anche della copertura delle spese legali per il processo appena concluso.

Tuzet era accusato di aver cercato di corrompere l’ex alleato Rudi Rodolfi della lista Rinascita Centese, dopo che questo aveva fatto mancare il proprio voto durante la discussione sul bilancio. In cambio del suo ‘sì’, il sindaco di Cento gli propose la carica di consigliere di amministrazione nella società Cmv, un ruolo che – si legge nelle motivazioni della sentenza – “avrebbe avuto una ricompensa di 1000 euro mensili, con un’attività tutto sommato di poche ore al mese”. E in seguito, attraverso un conoscente, Tuzet gli offrì anche la candidatura nomina nel successivo consiglio provinciale. Rodolfi dopo il primo incontro si era però premunito di un registratore, e al colloquio successivo con Tuzet si equipaggiò con un registratore nascosto. Ma dopo l’incontro, invece di accettare l’offerta del sindaco, si recò dai carabinieri per denunciare il fatto.

Nelle motivazioni della sentenza si legge che l’autenticità della registrazione “non è mai stata in discussione dallo stesso imputato”. E il suo contenuto è quantomai ‘incriminante’ per Tuzet: “Non prenderla come un tentativo di corruzione – sono le parole che il vicesindaco rivolge a Rodolfi -, che forse un po’ lo è anche, ma voglio dire, no beh è evidente, noi abbiamo quell’obiettivo lì, di non andar giù e di riuscire a fare le cose”. Un discorso talmente esplicito che i giudici della Corte d’Appelo scrivono che “se la volontà di Tuzet era quella di evitare il commissariamento del Comune, per la mancata approvazione del bilancio, questo non toglie che egli abbia utilizzato tutte le condotte, anche quelle censurabili penalmente, per raggiungere il suo fine”.

L’altra accusa – anch’essa confermata in Appello – riguardava le minacce rivolte a Carlotta Gaiani – ex assessore provinciale alle attività produttive, allora all’opposizione come capogruppo Pd – e a sua madre Francesca Bonasoni, che lavorava come dipendente comunale a Cento. “In particolare – scrivono i giudici – il sindaco evidenziava che la Gaiani avrebbe fatto bene a non dargli fastidio, e che pensasse invece a sua madre poichè ci sarebbero state tutte le condizioni per licenziarla”. E secondo il tribunale bolognese, il trattamento verso la Bonasoni era realmente condizionato dalle rivalità politiche tra la figlia e il sindaco in carica: “È emerso – si legge nelle motivazioni – che la donna era sottoposta a molteplici sollecitazioni anche da parte del direttore generale dott. Ambotta, stretto collaboratore del sindaco e voluto da lui stesso in quel psoto, che richiedeva risposte ad horas anche quando si trattava di questioni non strettamente riguardanti il bilancio e, pertanto, che non presentavano l’urgenza con la quale venivano prospettate. […] Non vi era quindi da bene sperare per la Bonasoni, che aveva dalla sua anche la figlia capogruppo di un partito di opposizione”.

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