Copparo
6 Febbraio 2015
Due carabinieri accusati di peculato, ma per le difese non c'è stato alcun danno per lo Stato

Armi agli amici, sentiti i testimoni

di Redazione | 2 min

tribunaleCopparo. Sono accusati di peculato per essersi fatti consegnare delle armi e averle poi regalate agli amici anziché avviare le procedure per la distruzione. Alla sbarra, con l’accusa di peculato, abuso d’ufficio e falso ideologico, due carabinieri, l’ex comandante della stazione di Copparo, Francesco Degosciu (oggi in pensione), e l’appuntato Franco Trevisanellio, addetto alle armi. Con loro anche Daniele Bressan, titolare del ristorante Spiga D’oro, e Antonio Migliozzi, ex capo sicurezza della Berco che hanno ricevuto le armi.

Durante l’udienza tenutasi ieri mattina nell’aula B del tribunale di Ferrara, davanti ai giudici Luca Marini, Monica Testoni e Franco Attinà, sono comparsi a testimoniare tre delle persone che hanno affidato le armi ai militari e l’ex capitano dei carabinieri di Ferrara Giuseppe Aloisi che ai tempi, nel 2012, svolse le indagini a seguito di una segnalazione anonima.

I tre testimoni hanno confermato di aver consegnato le armi in loro possesso ai carabinieri ma di non avere avuto alcun interesse sulla loro fine, distrutte o cedute ad altre persone come è poi avvenuto. Per la procura questa seconda eventualità avrebbe dovuto essere quantomeno formalizzata in atto scritto, mentre per i difensori (gli avvocati Massimo Bissi, Alessandro Veronesi, Erica Facchini e Alberto Bova), trattandosi di beni mobili, non sarebbe stata un’operazione necessaria. Di più, per le difese, il fatto di aver ceduto a terzi le armi (in tutto 19 pezzi) avrebbe comportato un risparmio per lo Stato che così non si sarebbe dovuto sobbarcare i costi per la loro distruzione.

L’udienza è stata rinviata al prossimo 19 febbraio, quando avverrà l’esame degli imputati.

Nel novembre scorso un altro carabiniere, Nicola Rauli, che aveva tenuto in casa le armi a lui consegnate da privati cittadini, venne assolto con formula piena sempre per l’accusa di peculato originata dalla stessa indagine. Anche in quel caso la difesa, sostenuta dall’avvocato Alberto Bova, puntò con successo sull’assenza di un danno allo Stato dovuta al risparmio dei costi per lo smaltimento.

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