Comacchio. Quali misure di sicurezza vigevano nel cantiere navale indiano dove perse la vita Anacleto Beneventi, e quali sarebbero dovute essere adottate per ridurre al minimo i rischi per la sicurezza di chi vi lavorava? È questa la domanda che il pm Alberto Savino e gli avvocati delle parti, nel corso di un’udienza ad alto ‘tasso tecnico’ rivolgono a più riprese ai vari consulenti che descrivono la conformazione della ripida scala a pioli da cui precipitò l’elettricista comacchiese, che nell’aprile del 2008 si trovava al largo delle coste indiane per completare gli impianti elettrici di una nave cargo il cui appalto era affidato alla ditta Coe Clerici di Milano.
A essere imputati per omicidio colposo sono i rappresentanti legali delle ditte coinvolte nel cantiere: il datore di lavoro di Beneventi, Gabriele Orioli della ditta Bs Impianti, il presidente del cda della Coe Clerici di Milano, Paolo Clerici, e il sub appaltatore Guglielmo Bedeschi della Bedeschi spa. Bedeschi e Orioli sono già usciti dalle richieste di risarcimento della famiglia Beneventi, avendo raggiunto un accordo privato con l’avvocato di parte civile Marco Linguerri, ma la posizione sul piano penale resta ancora immutata per i tre imputati. Ecco quindi che in aula sfilano i consulente della procura e delle difese, il cui studi si concentrano soprattutto sull’assenza di una protezione marinara nella scala a pioli dove si verificò l’incidente.
Beneventi infatti, secondo le ricostruzioni acquisite dal tribunale, perse la presa mentre scendeva da una scala di circa tre metri di altezza, che si affacciava però a strapiombo sul ponte della nave, circa 10-12 metri più in basso. Il dubbio della procura è che una protezione marinara (la ‘gabbia’ che in alcune situazioni circonda chi percorre la scala) avrebbe bloccato lo slancio all’indietro dell’elettricista, facendolo cadere sullo stretto pianerottolo e impedendogli lo schianto fatale sul ponte sottostante. I consulenti hanno esposto le normative vigenti, secondo cui una scala a pioli di quelle dimensioni non avrebbe comportato tale misura. Più indicata sarebbe stato l’utilizzo di un imbrago a doppio moschettone per i passaggi nei punti pericolosi, anche se i consulenti hanno ammesso che in gran parte dei cantieri – e nella loro stessa esperienza nei sopralluoghi – questa pratica sia spesso lasciata alla discrezionalità del tecnico, anche se da quant0 è emerso durante l’udienza non erano stati condotti corsi di formazione specifica su quel tipo di scala. Senza contare che, almeno secondo alcuni dei testimoni comparsi nelle precedenti udienze, le imbragature fornite ai lavoratori del cantiere era a moschettone singolo e non del tipo descritto dai consulenti. E che la discrezionalità fosse lasciata al singolo lavoratore è stato confermato anche dall’ultimo teste comparso in aula, un dipendente della Coe Clerici, che ha affermato di essere passato più volte per quello stesso punto senza assicurare la propria imbragatura alla scala.
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