Percorso ciclopedonale di via Marconi verso il completamento
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Ferrara, Codigoro, Copparo, l’Alto Ferrarese. Ma, soprattutto, Portomaggiore. Il drammatico fenomeno dello sfruttamento di braccianti e lavoratori immigrati nei campi agricoli non fa distinzioni geografiche e si presenta in proporzioni preoccupanti anche nella provincia Estense. Che si configura come la zona in Emilia Romagna più colpita – ma forse bisognerebbe dire più colpevole – dalla diffusa irregolarità nel comparto agricolo, sempre più disposto a chiudere un occhio di fronte alle terribili condizioni in cui sono costretti a lavorare centinaia di immigrati. Persone che spesso scontano per anni il prezzo della fuga verso il mondo occidentale, e che si ritrovano costrette ad accettare qualunque condizione pur di guadagnare qualche soldo per ripagare costi di viaggio o per mandare i risparmi alle famiglie.
A sollevare il caso è un reportage di Valeria Teodonio del quotidiano Repubblica, basato principalmente sul nuovo rapporto sulle agromafie – in uscita nei prossimi giorni – dell’osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil. Che mostra in maniera esemplare l’incidenza del lavoro sommerso nell’agricoltura: il 43% su un totale di 1,2 milioni di dipendenti nel comparto, di cui circa un quarto provenienti dall’estero. E secondo i dati della Flai sarebbero circa 400 mila i lavoratori a rischio sfruttamento, che lavorano sui campi fino a 14 ore al giorno per compensi inferiori ai tre euro all’ora.
Fenomeni che spesso sembrano confinati nel sud Italia, dove il controllo della criminalità organizzata sulle campagne è ormai un dato difficilmente confutabile (basti pensare alla rivolta dei braccianti di Rosarno, nell’estate del 2010). Ma i dati che escono dalla relazione dell’osservatorio Placido Rizzotto suonano come un campanello d’allarme anche per molte zone del nord della penisola. E in particolare, in Emilia Romagna, per Ferrara, che batte tutte le altre province della Regione (nonchè di quasi tutto il Veneto e delle regioni circostanti, con l’eccezione della Lombardia) nel triste primato dello sfruttamento agricolo. I dati della Flai Cgil mostrano come l’illegalità nel lavoro della provincia ferrarese non diminuisca nemmeno a seconda della stagione: se in primavera i Comuni interessati sono soprattutto Copparo, Argenta, Ferrara, Codigoro e la zona dell’Alto Ferrarese, durante il resto dell’anno le situazioni più gravi si verificano a Portomaggiore, con uno sfruttamento che colpisce soprattutto gli immigrati dell’Europa dell’Est e, in misura leggermente minore, in nordafricani.
Le denunce da parte della Flai Cgil, del resto, non sono una novità. Il caso mediaticamente più rilevante si verificò nel giugno del 2011, proprio a Portomaggiore, dove un imprenditore agricolo sparò a un ragazzo di nazionalità rumena, ferendolo gravemente, sostenendo di essersi difeso durante un’intrusione domestica. Il sindacato sospese il giudizio sulla versione dei fatti proposta dall’agricoltore, ma non poté fare a meno di sottolineare “il degrado sociale esistente in quella azienda, in cui ci è sempre stato impedito con ogni mezzo possibile di poter svolgere attività sindacale da ormai 15 anni. Purtroppo, ad oggi, i comportamenti di quell’azienda non sono mutati, con fenomeni di sotto-salario e assenza di diritti elementari per i lavoratori.”. Secondo Fabrizio Tassinati, segretario provinciale Flai Cgil, il problema sta anche nella difficoltà a individuare le ditte che offrono condizioni di sfruttamento a chi è troppo debole per rifiutarle: “Sono pochi – commentava Tassinati – i lavoratori stranieri che hanno la forza di rivolgersi al sindacato per raccontare il degrado in cui versano e in quelle occasioni li accogliamo e cerchiamo di tutelarli nei modi consentiti, compresa anche la denuncia specifica all’Ispettorato del Lavoro”.
Purtroppo, dopo anni dai fatti di Portomaggiore e – sul lato opposto della penisola – dalla rivolta dei Braccianti di Rosarno, la situazione non sembra virare verso un miglioramento. E il problema sembra anzi destinato a scomparire sempre più dai pensieri della politica e degli enti, ma soprattutto dei cittadini. Forse perchè in fondo, come commenta amaramente Valeria Teodonio su Repubblica, “il cibo arriva sulle nostre tavole grazie a loro, ai nuovi schiavi dell’agricoltura”.
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