“La Regione Emilia Romagna e gli enti pubblici dovrebbero occuparsi della pianificazione dei rifiuti urbani invece di garantire il profitto a società che vivono, di fatto, in un mercato protetto”. Continua la lotta del Movimento 5 Stelle contro le ultime decisioni a livello regionale e nazionale in tema di rifiuti, che secondo i rappresentanti del movimento politico fondato da Beppe Grillo condannerebbero l’Emilia Romagna a trasformarsi nella “capitale dello smaltimento” italiana e, di conseguenza, a essere costretta a mantenere in funzione gran parte degli inceneritori della regione.
A prendere posizione nelle ultime ore è un gruppo di “grillini” guidata dal consigliere regionale Andrea De Franceschi e in cui compaiono anche i nomi dei deputati Vittorio Ferraresi, Giulia Sarti, Maria Edera Spadoni e Michele Dell’Orco e dei senatori Michela Montevecchi, Maria Mussini ed Elisa Bulgarelli. Secondo la denuncia del Movimento 5 Stelle, “continua la mistificazione perpetrata dalla Regione Emilia-Romagna e dal Ministero dell’Ambiente, preoccupati di calmare il clamore suscitato dalla loro evidente volontà di mantenere in vita gli impianti di incenerimento in Emilia-Romagna”. Una critica basata sul fatto che “il piano regionale attualmente in discussione continua a prevedere lo spegnimento di un solo impianto al 2020, nonostante le proposte concrete avanzate dai sindaci – in prima linea Forlì e Parma – che, attraverso un progetto alternativo e concreto, assicurano che basteranno solo due impianti fino al 2020”.
Dati che secondo i rappresentanti del movimento sarebbero più che sufficienti per avviare una graduale dismissione degli inceneritori ma che non vengono presi in considerazione dall’attuale giunta regionale, dalla quale è stata esclusa la voce discorde dell’ex assessore all’ambiente Sabrina Freda (Idv) anche in seguito alle sue critiche verso la nuova autorizzazione integrata ambientale (Aia) dell’inceneritore di Ferrara. “Il presidente Errani – attaccano i pentastellati – pochi mesi fa ha “dimissionato” l’assessore Freda – rea di aver pubblicamente dichiarato che in regione al 2020 sarebbero sufficienti solo due o tre impianti contro gli otto attualmente presenti – senza peraltro sostituirla ed avocando a sé le deleghe: questo probabilmente per non avere interferenze nella gestione di una delicata partita che vede coinvolti gli interessi delle ex-municipalizzate”.
Eppure secondo il Movimento 5 Stelle i tempi sarebbero ormai maturi per ridurre l’utilizzo e l’impatto ambientale degli inceneritori, anche alla luce degli ottimi risultati raggiunti in materia di raccolta differenziata. “Ma le previsioni di riduzione dei rifiuti urbani nei prossimi anni – continuano i “grillini” – non vengono assolutamente prese in considerazione nonostante stiano raggiungendo livelli di eccellenza. Parma in pochi mesi è passata dal 48 al 58% di raccolta differenziata: questi risultati di rifiuto residuo a smaltimento la portano a essere il miglior capoluogo della Regione. I sindaci dell’Emilia Romagna sono arrivati a Roma per ribadire la propria contrarietà ad un piano nazionale che di fatto renderebbe nulli gli sforzi delle amministrazioni locali e dei cittadini che quotidianamente si impegnano per la raccolta differenziata”.
Perchè allora mantenere ancora in funzione una mole di inceneritori che, secondo i dati esposti, appare sovradimensionata rispetto alle esigenze della regione? Secondo i politici pentastellati, la risposta sta semplicemente negli interessi delle aziende a partecipazione pubblica, che guadagnano importanti utili attraverso la “termovalorizzazione” dei rifiuti e che potrebbero ampliare il proprio bacino di utenza oltre i confini regionali. “Questi numeri – insistono i rappresentanti del movimento – non interessano alla Regione, che si pone invece alcune domande: perché insistere su un piano poco ambizioso? Dove trovare i rifiuti che mancano per mantenere in funzione alla massima capacità gli impianti? Chissà, magari ricorrendo ai rifiuti speciali di produzione delle industrie oppure aprendo la regione a rifiuti di tutt’Italia. Hera e Iren sono società private con quote pubbliche in cui siedono molti personaggi legati alle amministrazioni locali. Scelti per lo più in base alla propria appartenenza di partito piuttosto che alle proprie competenze”.
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