“Impossibile oggi pensare a una vera politica di sinistra: ci si può solo attrezzare per farla domani”. È il noto politogo Carlo Galli, con un’amara ma lucida lezione di realismo, ad aprire il ciclo di conferenze della “Scuola di politica” organizzata dal Partito Democratico ferrarese. Approdato pochi mesi fa alla Camera dei Deputati dopo una vita da osservatore esterno, il professore modenese non ha perso il suo consueto approccio filosofico nell’affrontare i temi della politica e, dopo aver delineato e “recintato” il concetto di sinistra, si immerge nei problemi attuali e quotidiani dell’Italia: la mancanza di lavoro, la perdita di sovranità del paese, la crisi economica causata dal neoliberismo e dalla speculazione finanziaria. E le sue conclusioni non sono tra le più ottimistiche.
Ma prima di tutto per Galli è importante definire l’oggetto del discorso: la sinistra. Una premessa importante soprattutto in un periodo in cui ogni schieramento è in forte crisi di identità. E per il politologo si può parlare di tre diverse “radici”: la sinistra “borghese” (“rarissima in Italia, quella dei diritti civili e del vecchio Partito d’Azione”), nata con le rivoluzioni illuministe che abbatterono le monarchie, quella “social-comunista”, che ha origine nella dialettica marxista, e infine un terzo tipo, più anti-sistema, “che non ha connotazione di classe e ha a che fare con il pensiero negativo di Nietzsche. Ed è quella che oggi gode di miglior salute”.
Tre diversi punti di vista accomunati però da una singola parola chiave: “emancipazione”. È questa secondo Galli, ancora più dell’uguaglianza, del diritto al lavoro o dello stato sociale, la “parola magica” che unisce (o univa) le diverse sinistre, e che ora pare dimenticata. “Emancipazione – afferma Galli – significa una politica che punta a liberare l’uomo dalle catene che lo opprimono e gli impediscono di compiere libere scelte. Che catene? Una volta era facile da capire: quelle che legano il contadino, l’operaio, un paese occupato da una potenza coloniale. Essere di sinistra voleva dire individuare gli strumenti di oppressione e studiare come abbatterli”. Con i tempi che cambiano però, anche le categorie degli oppressi devono essere aggiornate: “Ma se oggi guardiamo la condizione dei giovani disoccupati – si chiede il politologo – possiamo dire che sono in grado di compiere libere scelte?”.
La sconfitta del nazismo nella Seconda Guerra Mondiale diede una spinta decisiva alla sinistra e portò alla diffusione in tutto l’occidente del welfare state. Fu quello secondo Galli il periodo d’oro “del patto tra capitale e lavoro per l’occupazione, che diede vita alla nostra Costituzione” e che durò fino alla fine degli anni ’70. L’avvento del neo-liberismo cambiò però ancora una volta le carte in tavola, trascinando l’occidente in una crisi da cui non si vede via d’uscita. “Un capitalismo selvaggio che contiene le sue stesse contraddizioni. Il mercato non funziona più in base alla domanda, ma all’offerta, e il mondo ha generato la ricchezza attraverso l’indebitamento. Debiti poi impacchettati e venduti come prodotti derivati e che oggi valgono 13 o 14 volte l’ammontare del Pil globale. Nel frattempo il rapporto tra capitale e lavoro si è completamente sbilanciato”.
È per questo che in questi anni, secondo Galli, “è impossibile fare politiche di sinistra, ma solo di sopravvivenza”. E nel frattempo il politologo, in controtendenza rispetto ai trend elettorali, spera in un ridimensionamento dell’antipolitica (“che non fu generata da Grillo, ma da Berlusconi, che per primo disse che i politici erano tutti furfanti”) e nella rinascita di una politica più virtuosa, ma soprattutto “pesante ma pensante”, cioè più noiosa e meno basata sulle figure dei leader e le promesse eclatanti. E il messaggio per il Pd è chiaro: “Dobbiamo recuperare una politica di parte, nel senso di evitare di fare il partito “pigliatutto”: ogni forza dovrebbe essere conscia di rappresentare una fetta di società. La politica non è una merce da vendere”.
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