“Non avrei mai firmato una convenzione che indicasse dei soggetti privati tra i beneficiari”. Arriva il giorno della testimonianza della senatrice Maria Teresa Bertuzzi, su richiesta delle parti civili, al processo Riusa, che vede imputati Arrigo Bellinazzo (ex direttore di Area), Gabriele Andrighetti (ex ingegnere capo della Provincia), Luigi Astolfi, Andrea Frabetti (anche lui geometra della Provincia) e Andrea Prampolini, ex manager di Berco, l’ingegnere capo del Comune di Copparo Stefano Farina. Le parti civili costituitesi nel processo sono invece la Provincia di Ferrara e la multiutilities Area.
Il processo nasce da un’inchiesta avviata nel 2009 dal pm Nicola Proto, secondo cui Bellinazzo avrebbe destinato fondi pubblici da Area alla società di cui era socio e amministratore, Riusa.eu. Il tutto col pretesto di produrre un macchinario, di cui i soci della società detenevano il brevetto, capace di riciclare il cascame della raccolta differenziata in un polimero adatto alla stesura del manto stradale. È qui che entra in gioco la senatrice Bertuzzi, all’epoca dei fatti sindaco di Copparo, comune socio di maggioranza di Area. Per questo il Comune cominciò a lavorare – siamo nella primavera del 2008 – su due diverse convenzioni, una con Area e una con la Regione, ma fu proprio in questi passaggi che qualcosa si inceppò.
“I fondi Fas della Regione avevano come vincolo – spiega in aula la Bertuzzi – la destinazione a un ente territoriale. Il Comune non ha però competenze di sviluppo e ricerca, ed era naturale per noi che questi compiti li svolgesse Area, una società a partecipazione pubblica di cui il Comune detiene la maggioranza relativa. Ricordo però che la convenzione con la Regione non arrivò alla firma. La nostra titubanza fu causata dal fatto che al progetto era legato un brevetto privato, e che nell’accordo fu inserito un allegato in cui si parlava dei programmi di industrializzazione e commercializzazione del prodotto. Questo però non rispettava la pubblica utilità a cui erano destinati i fondi”.
Tanto bastò perché la Bertuzzi non sottoscrivesse l’accordo con la Regione, per un progetto che comunque “aveva sollevato il nostro interesse perché metteva insieme l’obiettivo di investire nel recupero dei rifiuti e il prestigio di essere il Comune titolare di questa attività innovativa. All’inizio non sapevo che ci fosse un brevetto privato, e lo appresi solo in seguito. Il mio interlocutore fu in tutte le fasi l’ingegner Farina, con cui tenni un rapporto franco e corretto anche dopo che mi rifiutai di firmare la convenzione”.
La senatrice ha risposto alle domande del pm Proto e dell’avvocato Bova, difensore di Astolfi, che le chiedevano di ricostruire cronologicamente le varie fasi della vicenda, in particolare per chiarire il motivo per cui avesse avviato la procedura di convenzionamento nonostante i problemi che si palesarono. “Per come ho vissuto la storia, quei dettagli arrivarono in un secondo momento, ed erano secondari rispetto alla definizione di un rapporto tra Regione e Comune. La definizione di un soggetto terzo con dei diritti nell’accordo era quindi un passaggio successivo”.
Il processo continuerà l’8 maggio.
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