Editoriali
3 Marzo 2013
Il Coisp ‘riscrive’ la vicenda del giovane ucciso e parte con il camper

La “nuova versione” del caso Aldrovandi

di Marco Zavagli | 4 min

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1La loro unica colpa? Aver incontrato Federico. Il Coisp si presenta ai ferraresi per raccontare la propria versione di quanto accadde il 25 settembre 2005 e di quanto avvenuto, a causa della “impresa mediatica”, successivamente a quella data. Perché “nessuno dei quattro poliziotti ha mai neppure minimamente pensato di infierire su una persona inerme”. Anche se la foto che abbiamo voluto pubblicare sul nostro giornale per la prima volta da quando venne diffusa sette anni fa (e che ritrae il cadavere di Federico sul lettino della morgue), sembra dire il contrario.

Parte oggi il camper del Coisp, che girerà Ferrara in segno di solidarietà ai quattro poliziotti condannati per l’omicidio Aldrovandi e ora rinchiusi in carcere per scontare la pena di sei mesi.

L’iniziativa del Coordinamento per l’indipendenza sindacale delle Forze di Polizia “è espressione – scrive in una nota la segreteria provinciale – di un sentimento condiviso e della necessità di parlare, a cuore aperto, con la gente, con le persone comuni, con coloro che del servizio fornito dalla Polizia di Stato sono i primi e fondamentali destinatari e fruitori”.

I rappresentanti del sindacato si dichiarano “stanchi della falcidia sociale, del discredito e del fango quotidiano che ci viene gettato addosso da ‘alcuni’. Quattro nostri colleghi oggi sono rinchiusi in una cella. Poliziotti in gabbia, in carcere, al pari o anzi più dei criminali incalliti”. Sul punto va ricordato invece che la famiglia di Federico ha sempre voluto distinguere le responsabilità individuali dei quattro agenti separandole da quelle del Corpo della Polizia di Stato.

Ma di questo la nota non parla. E così il Coisp sarà sul camper per spiegare alla gente che incontrerà la propria versione della morte del diciottenne e della storia di “questi quattro nostri colleghi che sono stati condannati e da oltre 7 anni scontano la pena di essere dei poliziotti che una notte hanno incontrato un giovane “drogofilo” (per usare le parole emerse in giudizio), lasciato solo dai suoi amici dopo una serata “brava”, in preda ad una grave crisi di rabbia isterica e per cui si rendeva necessario il contenimento fisico”.

Una versione alquanto personale e che non corrisponde a quanto emerso in dibattimento. A cominciare dal termine “drogofilo” per continuare con la “grave crisi di rabbia isterica” e per finire con la necessità di un contenimento fisico. Questa, piuttosto, è la versione dei quattro condannati, smentita dai tre tribunali che si sono pronunciati sull’argomento (oltre al gup dell’Aldrovandi bis e ai tribunali di sorveglianza). Tanto che il pm Nicola Proto, nella sua requisitoria, ha ricordato che se Federico Aldrovandi quella notte non avesse incontrato i quattro agenti oggi sarebbe ancora vivo.

Ma tant’è. Il Coisp continua nella spiegazione dell’iniziativa di solidarietà parlando di una vicenda “strumentalizzata da blog, giornali, televisione, cinema, libri. Il dolore e la morte in prima pagina hanno consentito, per anni, a giornali di vendere, a televisioni di fare ascolti, ad altri di lucrare con libri e cinema”.

Il sindacato dimentica anche le sentenze dell’Aldrovandi bis (il processo costola su manomissioni e depistaggi) affermando che “si è insinuato che l’intera Polizia di Stato abbia cercato di “insabbiare” la vicenda e che solo la forza di volontà di una famiglia, il cui figlio era morto, ha permesso di riportare alla luce la verità”.

La nota del sindacato arriva poi al punto focale, quello della carcerazione dei colleghi per un delitto colposo. Vero è nelle motivazioni delle sentenze i giudici hanno ravvisato nella fattispecie le caratteristiche di un dolo eventuale o un omicidio preterintenzionale; vero è che il tribunale di sorveglianza ha motivato la carcerazione con il fatto che i quattro poliziotti non si sono mai pentiti e nei momenti successivi all’omicidio hanno cercato di nascondere la verità, ma è anche vero che Paolo Forlani Monica Segatto Luca Pollastri ed Enzo Pontani sono stati condannati per omicidio colposo. E in effetti la carcerazione per un reato colposo non avviene praticamente mai (uno degli avvocati della difesa, Gabriele Bordoni, ricordava che dal ’75 non si finisce in carcere per questo tipo di reati). E infatti il Coisp sottolinea come “quattro poliziotti oggi si ritrovano in carcere per un delitto colposo, mentre ogni altro vero criminale in situazioni peggiori e per delitti giudicati di gran lunga più gravi, si trova a scontare la pena quale affidato ai servizi sociali o agli arresti presso la propria abitazione”.

“Oggi i poliziotti – conclude il sindacato – di tutta Italia si trovano su di un patibolo in attesa che l’opportunista di turno gli metta la corda al collo. Cari cittadini, a voi chiediamo solo di riflettere, ragionare a mente libera da condizionamenti e manipolazioni che “l’impresa mediatica” ha cercato, in maniera per parte loro interessata, di immettere nei cervelli e nelle menti”.

Meglio ancora sarebbe, aggiungiamo noi, se i cittadini leggessero le tre sentenze di condanna e le rispettive motivazioni. Sarebbe, quello sì, il metodo più efficace per evitare condizionamenti e manipolazioni. Per i più pigri basterebbero le prime righe del verdetto di primo grado, a firma del giudice Francesco Caruso: Federico sul corpo aveva 54 lesioni, ognuna potrebbe singolarmente dare corso ad un procedimento penale. E non servirebbe neppure un camper.

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