Cronaca
18 Ottobre 2011
La pubblica accusa chiede la condanna a tre anni e mezzo degli ex manager

Solvay, “i vertici sapevano”

di Marco Zavagli | 4 min

Leggi anche

I vertici di Solvay sapevano. Solo quando la pericolosità del cvm arrivò alla stampa e non si poteva più mantenere il segreto allora si corse ai ripari.

È quasi un atto di accusa contro l’intero mondo delle multinazionali della chimica e i suoi meccanismi quello che il pm Ombretta Volta lancia nella sua requisitoria. Una prolusione di circa quattro ore al termine della quale la pubblica accusa ha chiesto la condanna a tre anni e mezzo per i sei ex manager Solvay.

Gli ex componenti del consiglio d’amministrazione Solvic-Solvay Cyryll Van Lierde, Claude Yves Marcel Loutrel, August Arthur Gosselin, Michael Gerard Davis, William Arthur Banes e Pierre Vigneron sono imputati di lesioni gravi colpose e omissione dolosa di protezioni sul lavoro.

Contro di loro puntano il dito anche Inail, Comune e Provincia di Ferrara, sindacati dei chimici e Legambiente, che assiste ex autoclavisti costituitosi parti civili, Cipro Mazzoni e Michele Mantoan, malati di epatocarcinoma.

In dibattimento si è fatta la radiografia di quello che era lo stabilimento Solvay di via Marconi, attraverso l’archivio di fabbrica sequestrato dagli inquirenti, con dentro 30 anni di storia della chimica italiana. Nello stabilimento ferrarese – chiuso nel 1998 – non si produceva cvm, ma lo si trasformava in pvc.

Della pericolosità del cloruro di vinile monomero si inizia a parlare già negli Usa negli anni ’30. Le cavie da laboratorio mostrarono sintomi di tossicità a livello di sistema nervoso centrale in concomitanza con concentrazioni nell’aria superiori a 6mila ppm. Nel ’63 l’esposizione a cvm viene qualificata come malattia professionale e nel ’66 viene indicato come una delle cause dell’osteolisi, che colpisce le cartilagini delle mani, provoca sensazioni di freddo e ispessimento della pelle.

Sono gli anni in cui le multinazionali commissionano studi epidemiologici. “Tutti coperti da una massima riservatezza che lascia stupefatti”, specifica la Volta. Nel ’66, durante un convegno a Cincinnati partecipano tutte le maggiori industrie del mondo del settore. “Emerge la preoccupazione della pubblicità negativa e si comincia ad occultare i casi di malattia che iniziano a manifestarsi in tutto il mondo”.

Arrivano gli studi del professore Pierluigi Viola, commissionati dalla stessa Solvay, che sembrarono scartare l’ipotesi di insorgenza di tumori nell’uomo ma non tranquillizzavano i potenti della chimica. Nel ’70 il professor Cesare Maltoni di Bologna viene incaricato dalla Solvay di analizzare gli studi di Viola.

Le conclusioni sono pronte nel 1972: si riscontrano tumori nei topi esposti ad “appena” 250 ppm di concentrazione, la metà dei valori tollerati in fabbrica. Ma “vi fu un accordo segreto – continua l’accusa – per evitare che quei dati divenissero pubblici. L’industria europea ha taciuto quei risultati”.

Qualcosa però nel muro di gomma si incrina e i giornali iniziano a parlarne: il cvm è il grande imputato delle preoccupazioni che affliggono 40mila lavoratori in tutta Europa. Si arriva al gennaio ’74. Scoppia il caso Woodbridge: nel Kentucky muoiono 4 operai per angiosarcoma al fegato. Una malattia rarissima e, guarda caso, identica a quella riscontrata sui topi da laboratorio studiati in Europa.

“Già dal ’69 i manager Solvay erano sicuramente a conoscenza della pericolosità del cvm – attacca il pm -, dal momento che il loro medico aveva esposto i risultati delle sue ricerche a un congresso internazionale. Ma solo nel ’74 affrontano il problema, quando inizia a parlarne la stampa e la notizia diventa di pubblico dominio”.

Da quel momento vengono installati i gascromatografi per misurare le fuoriuscite di cvm e altre migliorie. Anche sindacati e autorità sanitarie si interessano del problema. I livelli di concentrazione vengono abbassati da 30mila ppm fino alle soglie di 1 ppm nelle otto ore lavorative e di 5 come valore istantaneo da non superare.

A Ferrara si registrava in media una fuga ogni due giorni. In quei casi gli operai dovevano scendere nelle autoclavi e raschiare a mano il cvm sedimento della lavorazione. Addosso semplici tute di stoffa e guanti. La maschere arriveranno appena nel ’74. Nel ’79 arriverà l’impianto di pulizia a vapore.

Altro particolare agghiacciante testimoniato dagli ex dipendenti: se c’era una fuga la si cercava a naso.

Un’altra data spartiacque è il luglio 1975. Vanni Giovanni, operaio conduttore di autoclavi nel Reparto PO1, muore a causa di un angiosarcoma al fegato. “Solo allora – prosegue il pm – Solvay ha cambiato atteggiamento”.

La requisitoria si avvia verso la conclusione e Ombretta Volta vuole convincere il giudice Diego Matellini del fatto che “per entrambi i lavoratori l’esposizione cumulativa è risultata significativa con riguardo alla possibilità di contrarre una patologia tumorale. L’epatocarcinoma è connesso alla loro esposizione al cvm sia per il particolare tipo di tumore sofferto che per la massiccia esposizione alla sostanza patita dal ’62 per Mazzoni e dal ’69 per Mantoan”. Questo fino al ’74, quando “la situazione cambiò”.

“La correlazione tra esposizione e insorgenza della malattia – conclude Volta – è documentata dallo Iarc, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro. E i vertici della chimica, i depositari  della conoscenza in materia avendo finanziato le migliori ricerche nel campo e destinatari di quei risultati, sapevano almeno dagli anni ‘60”.

Grazie per aver letto questo articolo...

Da 20 anni Estense.com offre una informazione indipendente ai suoi lettori e non ha mai accettato fondi pubblici per non pesare nemmeno un centesimo sulle spalle della collettività. Il lavoro che svolgiamo ha un costo economico non indifferente e la pubblicità dei privati non sempre è sufficiente.
Per questo chiediamo a chi quotidianamente ci legge e, speriamo, ci apprezza di darci un piccolo contributo in base alle proprie possibilità. Anche un piccolo sostegno, moltiplicato per le decine di migliaia di ferraresi che ci leggono ogni giorno, può diventare fondamentale.

 

OPPURE se preferisci non usare PayPal ma un normale bonifico bancario (anche periodico) puoi intestarlo a:

Scoop Media Edit
IBAN: IT06D0538713004000000035119 (Banca BPER)
Causale: Donazione per Estense.com