Si è da poco concluso il Balloons Festival, ultimo tra gli eventi che, da aprile a settembre si svolgono da diversi anni nella cornice del Parco Urbano G. Bassani. Eventi che utilizzano lo “spazio” offerto dal Parco determinando un notevole impatto sul tale ambiente, a cominciare dal manto erboso, come è chiaramente visibile ora che le strutture sono state rimosse, e sulla fauna, almeno quella poca rimasta. Pare che durante il festival siano state viste anatre che attraversavano (camminando) Via Bacchelli per dirigersi verso le mura cittadine!
La mia personale sensazione è che il parco Bassani sia considerato semplicemente un semplice “spazio” (un “grande prato”) in cui è possibile realizzare qualsiasi genere di eventi e iniziative, e non un’area naturale da utilizzare da parte della cittadinanza nel rispetto però della flora e della fauna presenti. Credo sia utile a tale proposito fare un po’ la storia di come è nato e si è sviluppato il parco e con quali finalità.
Giorgio Bassani nel marzo del 1979 plaudiva, in Camera di Commercio, alla proposta lanciata meno di un anno prima, e che allora poteva apparire utopica, di collegare il perimetro dell’antico Barco del Duca sino a contatto col Po.
Paolo Ravenna, allora presidente di Italia Nostra, aveva infatti, nell’ottobre del 1978 nell’ambito del Symposium internazionale di architetti e urbanisti tenutosi a Ferrara, battezzato come Addizione Verde quell’area di circa 13 Kmq posta tra le mura nord della città e il Po.
L’idea, legata al Progetto Mura, di “sistemare a parco un’area comunale quale naturale sviluppo della grande Addizione Erculea che ha fatto della nostra la prima città moderna d’Europa”, venne sviluppata attraverso un progetto affidato all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia nell’ambito di una convenzione stipulata con il Comune di Ferrara.
Tale progetto delineava una serie di interventi che, anche se in minima parte, vennero realizzati tra il 1995 e il 2000.
Di questa parziale realizzazione sia Paolo Ceccarelli, già preside della Facoltà di Architettura dell’Università di Ferrara, che, più recentemente, Giulia Tettamanzi nella sua tesi di dottorato (“Il Parco Nord a Ferrara. Un progetto aperto”, 2007), hanno avuto occasione di affermare che “per l’Addizione Verde rimane evidente lo scarto tra volontà progettuale e fatti concreti, che fa di questo parco un progetto incompleto” … “la pur saggia scelta di tutelare il territorio del Barco, non ha costituito una ragione sufficiente per assegnare al Parco Nord lo stesso successo culturale e sociale del Parco delle Mura. Di fatto l’operazione di valorizzazione culturale e funzionale ha subito un rallentamento […] non evolvendo oltre la semplice tutela…”. Se un qualche sviluppo vi è stato, certamente “non con la stessa determinazione e chiarezza di obiettivi, né con gli stessi risultati” ottenuti nel restauro delle mura. E’ “mancata una politica di valorizzazione capace di proporre una funzione sostenibile per l’area in questione”.
Quanto affermato da esperti e addetti ai lavori è chiaramente riferito alla totalità dell’area del parco che comprende oltre alla fascia destinata ad uso pubblico (quella cioè subito fuori le mura nord) anche il restante territorio che arriva fino al Po, ancora oggi quasi totalmente adibito ad attività agricole.
La destinazione e l’attuale utilizzo della fascia ad uso pubblico limitrofa al Parco delle Mura è attualmente caratterizzata da diversi insediamenti: il centro sociale e gli orti, il campo da golf (ampliato in questi ultimi anni verso nord), gli impianti natatori, il centro per il tiro con l’arco, il centro sportivo dell’Università (CUS), il campeggio. Queste, afferma Giulia Tettamanzi, sono funzioni “tutte sicuramente utili, ma per le quali è mancato un progetto coordinatore che, soprattutto, proponesse chiari indirizzi quale luogo di interfaccia tra la città murata e la campagna coltivata”. “La cesura paesaggistica che genera questa infrastruttura è tragica” continua la Tettamanzi, “e denuncia palesemente [assieme a tutto ciò che non è stato realizzato rispetto al progetto e all’idea originari] l’assoluta mancanza di un progetto di paesaggio”. Cosa, sostanzialmente, non è stato fatto rispetto al progetto originario. Citerò i progetti più rilevanti. In primo luogo la rinaturalizzazione dell’ex-discarica e relativa trasformazione a parco pubblico, la messa a dimora di alberi e vegetazione arbustiva (molto più numerosa di quella attuale) necessaria in quanto elemento capace di “contribuire ad abbattere i livelli di inquinamento dell’aria che incombono su Ferrara”, ma anche “la piantumazione di alberi da frutto al fine di dare all’area anche una valenza di orto o giardino, in sintonia con le radici storiche del Parco”; l’acquisto a nord dell’attuale spazio pubblico, tra via Canapa e via Gramicia, della fascia di terreno e dei fabbricati presenti, conosciuti come possessione Sant’Antonio, che avrebbe dovuto diventare, in seguito ad opportuna ristrutturazione, il Centro Servizi del Parco (con punto informazioni, ristorante agrituristico, noleggio biciclette, ecc.), dotato di personale (un direttore e due operatori, con funzioni di manutenzione e custodia, supportati da volontari quali guardie ecologiche e membri di associazioni ambientaliste e naturalistiche) per la gestione delle strutture e delle attività tra cui la riconversione del terreno ad agricoltura biologica e rimboschimento. Infine la realizzazione in diversi punti di torrette di avvistamento della fauna e di osservazione del Parco.
Molte altre sarebbero le considerazioni da fare sulle finalità che questa area avrebbe dovuto svolgere, a cominciare da quanto affermato nell’ambito dell’incontro “Verde Ferrara” promosso dall’Istituto Gramsci e dal Legambiente nel 1985, e cioè che il Parco Urbano “dovrà essere un luogo dove la gente abbia una immagine della natura”, o dalla definizione, contenuta nel Piano Paesistico Regionale della fine degli anni ’80 che tutela l’area del Parco come “zona di particolare interesse paesaggistico-ambientale”, o, infine, da quanto si evince dalla relazione a firma dell’arch. Pier Luigi Cervellati che accompagna il PRG del comune approvato nel 1995, dove si ricorda quali devono essere i “contenuti di un parco pubblico” e come essi non debbano contrastare con “l’inserimento di impianti e attrezzature”.
Ora, in forza alle considerazioni fin qui svolte, credo sia legittimo avere qualche dubbio su come viene utilizzato il Parco e chiedersi se le attività che in questi ultimi anni si sono via via sviluppate e consolidate siano sostenibili (o insostenibili) con la “esigenza ricreativa legata alla domanda sociale di contatto con la natura” individuata dal progetto iniziale e comunque presente nelle successive modifiche.
Il riferimento è, come detto in apertura, alle attività che da diversi anni si svolgono nella fascia ad uso pubblico. Vulandra, iniziative musicali e infine Ballons Festival, sono compatibili con le finalità e la natura del parco?
E’ chiaro che qui non viene messo in discussione il valore delle singole iniziative, ma la valutazione dell’impatto che esse hanno sull’ambiente Parco Urbano e se non sia il caso di trovare alle stesse altre e più compatibili collocazioni o di ridimensionarne l’impatto.
Per concludere alcune brevi considerazioni su quanto affermato da Nicola Zanardi, presidente di Ferrara Fiere e organizzatore dell’evento, all’indomani della conclusione del festival. Il Parco Bassani, dice Zanardi, si è confermato il “valore aggiunto” di una manifestazione comunque riuscita” nonostante la pioggia dell’ultimo giorno che ha impedito quell’afflusso di visitatori che avrebbe permesso il pareggio dei costi (c’è chi parla di una perdita di 30-40.000 euro, chi di 15-20.000 su un budget complessivo di circa 400.000) e che dimostra la fragilità della manifestazione tanto da far aprire una riflessione se continuare o meno nel 2012. Alla luce di tali dichiarazioni il contributo offerto delle amministrazioni locali – sembra 30.000 euro – non consiste solo nella cifra messa a disposizione: è sicuramente un “valore aggiunto”, e non comune, disporre gratuitamente di uno tale spazio pubblico (si ricorda inoltre che esso viene sottratto quasi totalmente ai cittadini per circa un mese tra allestimenti, durata dell’evento e rimozione delle strutture) e oltre tutto farne pagare l’accesso! Infine, a mio avviso non troppo felicemente, Zanardi afferma, a proposito di un possibile spostamento a Bologna, evidentemente per mantenere questo “valore aggiunto” alla manifestazione, che si dovrebbero trasferire nel capoluogo felsineo anche il Parco Bassani e le Mura perché senza questa cornice Balloons non sarebbe Balloons!. E la “forte identificazione locale” di cui ci si vanta sul sito web nella presentazione del Festival? Mi sembra solo retorica e che complessivamente sia veramente scarsa la sensibilità ambientale necessaria alla gestione di luoghi come il Parco Urbano di Ferrara per questo tipo di eventi.
Gian Gaetano Pinnavaia
Circolo Il Raggio Verde
Legambiente Ferrara